Oltre Expo. Questioni di metodo sul piano strtegico della città metropolitana

Stefano Rolando 1Arcipelago Milano, n. 36 / 29 ottobre 2014

In una tavola rotonda in Assolombarda promossa da Aspen sul nesso tra la Milano dell’innovazione, Expo e la costruzione della città metropolitana, la domanda di fondo l’ha posta in premessa proprio il presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca: a chi spetta e con quale approccio fare un piano strategico che colga questi nessi e spieghi alla comunità e al mondo sia la visione sia il senso di marcia della città in evoluzione, per non sprecare tra l’altro l’occasione dell’Expo, che ricapita a Milano 109 anni dopo la precedente.

Nessuno ha sostanzialmente risposto. Salvo il ministro Maurizio Martina che – arrivato in leggero ritardo senza sentire quella domanda iniziale – ha argomentato con un’altra domanda: se la piattaforma dell’Expo viene descritta come il futuro baricentro caricato di intelligenza sistemica proprio della costituenda area metropolitana, così da prefigurare un cuore dell’innovazione che dia il la alla riorganizzazione (identitaria e competitiva) della nuova dimensione territoriale, spiegateci che senso ha farci su uno stadio di calcio.

Come dire: proprio perché è evidente che un “piano strategico” fissa punti di metodo rilevantissimi per seminare e dare prospettiva a differenziati interessi, se mai si dovesse cogliere la morale della tradizione milanese di fronte ai salti di qualità della storia, ebbene il rapporto di dialogo e di progettazione tra pubblico e privato appare in tutta la sua necessità. Ma altrettanto appare evidente la responsabilità delle istituzioni nel garantire un’opportunità al plurale nella proposta degli interessi da coltivare. Garantendo così un’opportunità al plurale al “racconto” (perché tale è un piano strategico che fissa una narrativa da condividere) in ordine ai percorsi connessi tra istituzioni, imprese, professioni e rete della conoscenza volti a saldare la loro storia e il loro futuro accettando la sfida della globalizzazione.

Qui le occasioni dell’intenso calendario di “dibattito pubblico” che si prefigura nel 2015 (Expo, città metropolitana e anno decisivo per le sorti dell’uscita della crisi in Europa e in Italia) dovranno dare più risposte alle domande di metodo da cui dipende lo scatto competitivo complessivo della città e della comunità.

Il punto di partenza sulla nuova responsabilità delle città è acquisito: con la concentrazione demografica, energetica, infrastrutturale, culturale e finanziaria ormai maggioritaria nelle dimensioni urbane (che farà un ulteriore balzo entro il 2050) le città più importanti tornano anche a essere oggettivamente un po’ le città-stato del passaggio tra medioevo e rinascimento. Esse devono assumersi in proprio il grosso delle decisioni per assicurare coesione interna (visibilità e sostenibilità) e sviluppo nel quadro competitivo (attrazione degli investimenti e progettazione dell’innovazione e dello sviluppo occupazionale).

La mission di Milano verso se stessa e parimenti verso la nazione è bell’e che disegnata. Non c’è più tempo da perdere ed Expo diventa così la palestra di quel doppio ruolo di Milano di essere portale delle filiere di interesse nazionale (in tanti settori, agro-alimentare compreso) e di essere al tempo stesso uno dei nodi importanti delle reti ad alta connettività nel panorama internazionale. Milano era più o meno così anche duemila anni fa, quando Giulio Cesare la fece la città di base della conquista dell’Europa e Augusto – assicurandole il ruolo di Provincia dell’Impero – creò le condizioni del futuro ruolo di capitale occidentale di quell’Impero.

Dal punto di vista di chi lavora alla “organizzazione narrativa” dell’evoluzione della mission attuale della città (tale è il lavoro che si sta svolgendo sul brand di Milano) la domanda sul metodo riguardante il piano strategico della città metropolitana offre qualche spunto.

Chi. La legittimazione alla scrittura del piano deve essere istituzionale e la democrazia rappresentativa va qui rispettata. La città metropolitana esprime ora un organo di rappresentanza, pur di democrazia di secondo livello. È quello che c’è. È augurabile un indirizzo statutario che porti all’elezione diretta di quella rappresentanza e soprattutto del Sindaco-governatore (qui sì la parola è adatta, più per il ruolo dei presidenti delle giunte regionali), ma ora da lì devono provenire i punti qualificanti d’indirizzo generale da sviluppare. Il lavoro di scrittura potrebbe essere – in analogia con le esperienze più qualificanti e più paragonabili nel mondo – in capo ad agenzie a vocazione di tutela di interessi generali in cui l’alimentazione di pensiero e di progettazione corrisponda a un effettivo pluralismo disciplinare e culturale. In materia potrebbero concorrere soggetti che presidiano i temi più rilevanti: la rigenerazione identitaria, le strategie economico-occupazionali, le strategie infrastrutturali (in senso ampio residenziali, della mobilità, delle opere pubbliche, delle reti comunicative ed energetiche), la gestione dei patrimoni culturali e ambientali, le dinamiche globali in cui si tengono alti gli standard di processo organizzativo attorno cui fissare obiettivi. La regia di scrittura dovrebbe corrispondere a requisiti fissati: obiettivi vocazionali e uso delle risorse secondo un approccio di compatibilità auto-generante.

Come. Una condizione partecipativa andrebbe posta. L’obbligo di ascolto – veloce e programmato – del tessuto sostanziale non tanto delle burocrazie territoriali quanto dei portatori di pensiero e di proposta in tutto il panorama dei nodi che sono al tempo stesso identità e sviluppo. Nutrita dall’obbligo di tenere in connessione il rilievo del panorama statistico (la realtà osservata in serie storica e in previsione) e il rilievo della percezione dell’opinione pubblica (quando, come si sa, questa seconda sta prendendo pericolosamente il sopravvento in questo genere di approcci proprio sulle informazioni di realtà).

Quando. Se si volesse utilizzare la finestra di Expo anche rispetto a un argomentato messaggio sulla città metropolitana i tempi diventano serratissimi. Prima della fine di quest’anno ci vorrebbero punti di indirizzo e di metodo generale. Con svolgimento delle aree vocazionali entro i primi quattro mesi dell’anno prossimo. Alla partenza di Expo dunque una bozza del documento e l’avvio della discussione trasparente. Con chiusura irrevocabile del documento a fine ottobre. Due mesi finali dell’anno da dedicare ai negoziati con soggetti rilevanti per la compatibilità inter-istituzionale del documento.

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1. Arcipelago Milano, n. 36 / 29 ottobre 2014