Non tutti i convegni sono passerelle noiose

Non tutti i “convegni” sono passerelle noiose 1Linkiesta , 30 maggio 2014 . Ce ne sono alcuni pensati per tentare soluzioni a questioni irrisolte, dentro crisi di qualità delle classi dirigenti e dentro inerzialità di cattive volontà.

E’ il caso del rapporto tra la Rai e Milano. La Rai, ancora oggi la più grande – per dimensioni e budget – azienda culturale del Paese e la città che – dall’economia del ferro e dell’acciaio – ha, nel passaggio di secolo e di millennio, fatto del comparto cultura&creatività una delle voci più significative del suo PIL. Il rapporto è ancora quello di una visione, per altro più angusta che nel passato, tra la Rai romana e il “decentramento”, con caratteri di burocratico egualitarismo e nello spirito – molto alimentato dalla politica – di profilare la produzione secondo le ragioni dei palinsesti centralizzati assicurando al “decentramento” brandelli di autoproduzione capace di riflettere se stessi (cioè i soggetti “decentrati”) per assicurare poi alla fine visibilità alla politica locale. Diciamola così, un po’ frettolosamente. Ma sul tema gli anni non hanno dato risposte a quesiti vecchi e non hanno creato cornici per intercettare opportunità nuove. Se si tende l’orecchio (sulla politica, sull’azienda Rai, sugli stakeholders) a Milano la questione principale parrebbe quella immobiliare (dove e come ampliare la sede); oppure – e il tema comunque c’è – come dare senso ad una unità aziendale pensata per Expo che a Milano pare non si sappia neanche cosa sia.

Di questo convegno si è fatta carico – pour causela Fondazione “Paolo Grassi”. Ed essendo stato chi qui scrive all’origine della proposta, a valle del successo del precedente convegno della Fondazione (presso il Corriere della Sera, nel 2013) sui rapporti tra televisioni e culture, mi assumo qui la responsabilità di delineare, in tempo utile per migliorare la discussione, alcune ragioni di fondo. Il convegno articola il tema di questa “relazione difficile” tra ieri, oggi e domani. Avendo chiaro che tutti i relatori convergono su come rimettere in piedi il tema di inerzie, cattive volontà, occasioni sprecate in una comune (si spera) visione di scenario e di prospettiva. Dove tutta la questione della sfida milanese per Expo è che vincerla significa creare un robusto tassello fatto di alcune cose indispensabili per la ripresa nazionale. Dunque il nesso Milano-Italia torna a tutto tondo, come lo è stato in larga parte del ‘900. L’Expo è un crinale – importante in sé, ma anche “pretestuosamente”, cioè rispetto a ciò che può rimettere in movimento. Ed è evidente quanto conti il ripensamento profondo di una capacità produttiva e di rappresentazione nel sistema mediatico centrata sulle potenzialità integrate di un territorio che sfiora il quarto del suo PIL in materia di cultura&creatività (teatri, musica, danza, editoria, musei, design, moda, sistemi comunicativi e nuove tecnologie, scienza&ricerca, ambiti educativi e formativi, sistemi professionali connessi a software innovativi e per la qualità della vita, eccetera). Oltre a tutto Milano sta ridiscutendo seriamente sulla sua identità e sul suo brand (verso ma anche oltre Expo) e il tema del patrimonio simbolico e della “rappresentazione” è fortissimo anche in questo ridisegno.

Si colloca qui un punto che deve entrare nel pacchetto delle riforme “sostanziali”di cui Expo – se si occupasse delle sue vere potenzialità al di là del 2015 – potrebbe aiutare a definire. Fornendo così argomenti non fumosi al premier Renzi per lasciare alla Rai i milioni, che chiede di trasferire genericamente nelle casse dello Stato, per finanziare cioè un progetto importante per la ripresa del Paese. Infatti c’è di mezzo anche la partita (2016) del rinnovo della concessione tra lo Stato e la Rai. E siccome “lo Stato” non è solo identificabile con il perimetro dei palazzi ministeriali, ma con il più vasto ambito di ciò che è “motore” degli interessi generali del Paese, questa questione va ridiscussa capovolgendo ciò che politiche localistiche hanno confinato in prodottini territoriali autorappresentativi. E re-indirizzando invece nuove forme di produzione a beneficio di una diversa presenza dell’Italia tanto in Europa che nel mondo. Qui la chiave è espressa in forma sintetica. Ma i relatori invitati al convegno di venerdì 6 giugno alla Sala Pirelli del grattacielo che ospita il Consiglio regionale della Lombardia (istituzione che, insieme al Comune di Milano, patrocina meritoriamente l’evento) sanno quale più ampio copione è in discussione. Si tratta di figure – coloro che hanno accettato l’invito e non latitato – che rappresentano mondi in dialogo purtroppo non sistemico: le istituzioni e la politica, a livello territoriale e nazionale (compreso il ministro delegato per Expo che ci si augura sia presente); l’azienda (che ha quattro quinti del suo CdA milanesi, anche se non siamo sicuri che quel CdA si sia posto la questione in questi termini); gli stakeholders (che rappresentano un vasto profilo di partnership potenziale e forse anche di risorse creative e finanziarie integrabili in un diverso processo produttivo); i sistemi di mediazione e di analisi (media e università) cornice preziosa se attivata attorno ad un cambiamento di prospettiva. Spiegherà ad inizio di convegno l’ex-sindaco di Milano Carlo Tognoli che Paolo Grassi arrivò nel 1977 alla presidenza della Rai dalla Milano del Piccolo e della Scala con un dossier redatto dal Consiglio Comunale che confidava nel portare a soluzione gli irrisolti tra la Rai e la città. Quel dossier fu il mio primo incarico, nel lavoro di stretto collaboratore dell’allora presidente della Rai. E quegli irrisolti sono rimasti largamente tali, ma soprattutto hanno cambiato natura e si collocano oggi dentro un contesto di profonda rivoluzione delle comunicazioni, in cui – in chiave di interessi generali e nazionali – la “comunità pensante” deve rimettere il naso per riprogettare soluzioni da terzo millennio.

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1. Linkiesta , 30 maggio 2014