Un’immagine su cui investire

Nando Pagnoncelli 1

Presidente di Ipsos

Milano, una città complessa, articolata, difficile. E nello stesso tempo una città operosa, protesa al futuro, ricca di opportunità. E’ una metropoli sfaccettata e dai tanti punti di vista quella che emerge dalla nostra ricerca, condotta con metodologie integrate, qualitative e quantitative, che ha indagato l’élite e le periferie, i milanesi e gli utenti della città, gli italiani e gli stranieri dei principali paesi del mondo, cittadini comuni e leader d’opinione. Intanto una città che fa fatica a raccontarsi, a esporre le proprie ricchezze, culturali, umane e sociali, caratterizzata com’è, ancora oggi, da un sobrio riserbo, da una storica abitudine all’understatement. E’ nello stesso tempo una città che dà spazio a tutti, dove chi lo vuole davvero trova il suo posto, la sua nicchia, una sede per emergere, per costruire la propria attività. Milano è il luogo delle start up, fucina di eccellenze. Ma tutti questi ambiti, questi luoghi, non si fondono, rimangono chiusi e compiuti in sé. Milano è un operoso alveare con tante celle che non comunicano tra di loro. La Milano che non fa sistema (o fatica a farlo), che non si racconta (o fatica a farlo) deve diventare la Milano crocevia del cambiamento come le è richiesto dalla globalizzazione e come è nella radice del suo nome, terra di mezzo, aperta al mutamento. Per farlo deve guardare fuori, oltre la cerchia delle mura spagnole, alla ricerca di una vera dimensione metropolitana. Le grandi chances del passato (la Milano industriale e borghese, la Milano del lusso e dell’innovazione …) che pure rimangono centrali, devono essere nerbo di una nuova identità, di una rinnovata definizione di sé. L’occasione della città metropolitana è imperdibile proprio per questo, per la costruzione di un processo di integrazione delle periferie, di relazione strutturata con i comuni confinanti e più in là. Insomma uscire dalle proprie roccaforti, che non possono essere trincee, perché ai simboli occorre ridare nuova vita. Anche perché le periferie (che nell’espandersi della metropoli sono sempre meno tali), sono una ricchezza che non si sfrutta, centri vitali dove l’ibridazione, l’incontro dei linguaggi, rendono la realtà più vissuta ed articolata. Periferie insomma che non sono un problema (di sicurezza, che pure esiste), ma un’opportunità, un modo di essere, che parla a tutta la città. Una città molto più grande (e più ricca) del suo centro. Milano è una città amata, e non solo da chi vi abita. I milanesi lo esprimono con pudore, lo dicono sottovoce, convinti di essere i soli e di andare controcorrente. In realtà l’apprezzamento della città è molto diffuso. Certo, vivere a Milano richiede un compromesso con i difetti delle metropoli, ma gli aspetti negativi vengono messi in secondo piano proprio per le opportunità che Milano offre. Per quanto l’attesa di una città più capace di attenzione per i lenti e per i deboli, più a misura d’uomo, sia diffusa e cerchi una risposta. Questi difetti si attenuano sino a scomparire nella percezione degli stranieri: Milano è la città dell’ingegno, della cultura, insieme a Parigi capitale del lusso e della moda. E tali sono i pilastri di questa città diffusa, policentrica ed operosa: la creatività, la capacità di fare e stimolare le nuove tendenze, di fondere cultura ed impresa, ricerca tecnologica e umanesimo. Da qui la città deve ripartire, declinando in modo nuovo queste fondamenta che permangono. L’impresa come laboratorio del nuovo che nasce, la cultura come ibridazione ed apertura al mondo, inclusione delle periferie e di chi viene da fuori, sia esso straniero o meno, l’ingegno e la creatività che non è solo lusso, ma, di nuovo, ibridazione, interconnessione dei saperi, combinazione di cultura e sapienza.

1 Corriere della Sera, 8 aprile 2014