L’immagine di Milano non è Milano

Marco Percoco 1Vita.it, 27 aprile 2014

Docente di Economia sociale all’Università Bocconi – Membro del Comitato Brand Milano

E’ difficile capire empiricamente che cos’è l’identità di un luogo, di uno spazio costruito. Che cos’è Milano? Che cos’è Roma? E Napoli? Sono solo dei punti su una mappa, uno spazio costruito o sono qualcosa di più?

Dietro queste domande volutamente retoriche si cela una questione fondamentale per intendere il problema e che è legata alla conoscenza ed alla percezione delle genti che vivono la città, alla loro cultura ed ai loro costumi, al loro simbolismo materiale ed immateriale. Da qualche tempo faccio parte, in qualità di economista urbano, del Comitato Brand Milano, voluto dall’Amministrazione comunale per concepire azioni che vadano a ridefinire l’immagine della nostra città per Expo 2015. La prima iniziativa di un qualche rilievo ideata da questo organismo è stata la mostra curata da Michele De Lucchi ( grazie alla quale ho finalmente conosciuto uno dei miei più fedeli compagni di viaggio sul treno delle 8.10 da Sesto Calende!).

Ho visitato l’esposizione con interesse, un pò spaesato e, come spesso mi accade, mi sono sentito fuori posto. E’ una sensazione che caratterizza da sempre il mio comportamento sociale, non ne conosco l’origine e di certo è una sensazione sgradevole. L’unica nota positiva sta nel fatto che questa volta ne ho capito l’origine.

L’iniziativa di voler “raccontare Milano” è bellissima, ma la città che vedo e vivo io è un pò diversa. E’ una città che non si ferma alla cerchia dei Bastioni, è una città non impegnata nella finanza o nell’impresa, è una città poco “borghese”. E’ una città impegnata nel sociale, nel nonprofit, nel volontariato.

La mia, come quella di tanti altri, è una Milano più grande, con un cuore più grande. E c’è da scommettere, per me non milanese, che “el gran Milan” era ed è fatta dalla laboriosità silenziosa e dal civismo di milioni di Milanesi, di nascita e d’adozione. Il design o la moda saranno economicamente importanti, ma tutto sommato secondari, in questa prospettiva.

Milano è la città che ti attrae se sei un single in cerca di successo, e ti respinge se hai famiglia e lavori per vivere, non il contrario. E’ la città dei parchi, ed è la città dell’inquinamento. E’ la città della finanza spietata, del profitto, ed è la città del volontariato, del nonprofit, del capitale sociale.

Milano è una città che sta provando a reinventarsi a districarsi in queste contraddizioni, complici una crisi esistenziale scoppiata in occasione di Tangentopoli e mai affrontata con consapevolezza ed una grande manifestazione alle porte. E proprio questo evento richiede un ripensamento profondo delle radici culturali, dello spazio e della vocazione.

Expo 2015 sta diventando occasione per riconfigurare lo spazio metropolitano e per raccontare la città industriale, dello sviluppo, della grande borghesia. Ma Expo 2015 ha un tema, “Nutrire il Pianeta”, che richiama questioni sociali molto forti e Milano non è solo la città che vive nella frenesia del profitto, della moda e del design; non è solo la città dei Pirelli, degli Sforza, dei Gonzaga e dei Sottsass. E’ la città della Società Umanitaria, dell’Istituto Mario Negri e dunque di Prospero Moisè Loria e Mario Negri.

Esiste una città che non appare, che non viene narrata, ma che costituisce il cuore stesso di Milano: è la Milano impegnata nel sociale. Sono i Milanesi impegnati nelle periferie, nel volontariato, nell’istruzione, nell’associazionismo. Sono quello che in economia si chiama “capitale sociale”, ovvero quell’insieme di norme che regolano il civismo di una collettività, garantendo benefici, anche economici, per tutti i membri, comprese le banche, le imprese, i mercati.

Questi pensieri volutamente disordinati per affermare alcuni principi elementari eppure importanti.

Parafrasando Magritte, l’immagine di una città non è la città stessa. E questa proposizione può essere letta in due modi: sia riferendoci allo spazio costruito (in questo senso, l’immagine di Milano non è l’insieme degli edifici che la compongono), sia riferendoci al fatto che l’immagine di una città può essere un’angolatura distorta di ciò che è la realtà.

L’immagine corretta di un luogo dovrebbe essere una fedele proiezione dell’identità profonda di quel luogo. Il secondo punto credo meriti un’attenzione particolare che i policy makers non hanno sin qui saputo dare a Milano. L’immagine della città è costellata di luoghi comuni, poco utili per lo sviluppo urbano. Dietro l’Amaro Ramazzotti, il Duomo, il risotto, la moda, il design e la Borsa c’è un sostrato civico che oggi sostiene la città e che ne costituisce il nerbo, l’ossatura ed il cuore. Milano ha un’elevata densità di entità nonprofit, di incubatori per start up sociali, di schiere di volontari e di cooperatori.

Eppure poco di questo sforzo civico e di questa caratteristica riesce ad essere proiettata nell’identità profonda della città ed ancor meno nell’immagine. Bisognerà lavorare molto, e alla luce del sole, perché le cose cambino un po’.

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1. Vita.it, 27 aprile 2014