Identità Milano. Deboli cenni di un vero dibattito

Stefano Rolando 1Linkiesta, 14 aprile 2014 (un primissimo commento all’incerto avvio del “dibattito pubblico” nel corso della settimana successiva all’apertura in Triennale della mostra “Identità Milano”, introdotta dal sindaco Pisapia il 7 aprile).

Presentando una settimana fa , il 7 aprile, in Triennale la mostra Identità Milano – e i tratti fondamentali del programma Brand Milano – abbiamo auspicato l’apertura di un vero dibattito pubblico. Non solo ascoltando i cittadini attraverso adeguati strumenti di ricerca. Ma anche immaginando che corpi intermedi, associazioni, istituzioni, intellettuali, media e, perché no?, politica, cogliessero l’apertura di un cantiere importante per la collettività e per le persone (da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo, eccetera) accettando il terreno di confronto.

Confronto su cosa? Qualche spunto. Sulle tesi identitarie (le 14 tesi raccontate nella sala dell’Impluvium in Triennale); sulla tenuta del patrimonio simbolico (ufficiale e popolare); sui riscontri delle ricerche fatte da Ipsos e a disposizione integralmente nell’e-book sul sito della Triennale; sulla prospettiva degli eventi culturali che le Scuole Civiche di spettacolo di Milano stanno per proporre e infine sulla prospettiva del Forum che è stato annunciato che avrà lo scopo di precisare proprio il nuovo citytelling della città, cioè le linee di racconto che un evento come Expo ha il carattere per accogliere e promuovere planetariamente. Magari anche – mossi alcuni da consensi o dissensi – una certa discussione sui profili di duecento milanesi degni di essere ricordati come i più significativi del racconto su Milano degli ultimi due secoli (sempre in Triennale la parete che li effigia) era messa in conto come possibile.

Dopo una settimana, una prima somma.

  • Abbiamo avuto tre editoriali sul dorso di Milano del Corriere. Giangiacomo Schiavi, impeccabile, ha segnalato l’importanza di fare i conti con il proprio patrimonio identitario. Nando Pagnoncelli ha offerto una sintesi dei dati emersi in ricerca. Gianni Ravelli ha posto il tema della discontinuità di immagine togliendo il brutto per puntare sulla bellezza (rispetto a cui un breve corsivo fatica a fissare i bersagli).

  • C’è stata poi una sollecitazione della Giunta del Comune di ascoltare meglio e in modo più approfondito questo programma e soprattutto cosa emerge dalle ricerche. Cosa che avviene il 15 mattina e che va considerata con primaria attenzione per la diramazione delle tematiche accennate nel quadro di competenze che tagliano trasversalmente la città.

  • Infine c’è stata un’alzata di scudi di un rappresentante senior del mondo dei designer – Giancarlo Iliprandi – che ha equivocato la cronaca di Elisabetta Soglio sul Corriere pensando che tutto questo ambaradam preludesse ad un cambio di logo del Comune e quindi protestando per una mia espressione (riportata dalla Soglio) per la quale, essendo il brand proprietà del popolo, il prendere coscienza della dinamica identitaria della collettività deve essere processo “che parte dal basso” e non che è imposto dall’alto. Lo spunto polemico è stato: ma se si tratta di cambiare il logo che senso ha partire dal basso, ci sono fior di tecnici capaci di farlo, basta chiamarli.

  • Radio Radicale ha dato spazio a Iliprandi per spiegarsi e ha voluto, per rincarare la dose, anche il milanesissimo Oliviero Toscani. Che ha detto che lui diffida di ogni cosa generata da un sedicente ufficio marketing del Comune perché il marketing è la rovina del nostro tempo aggiungendo di diffidare di oscuri comitati che rappresentano non chi sa ma i soliti club con cui Milano va perdendo la sua storia migliore

Ho difeso, in quel programma alla radio, il nostro percorso – che ora sconta il fatto di essere stato mantenuto troppo sotto traccia, ma su questo lasciamo perdere – spiegando che il Comitato Brand non deve sollevare troppe polemiche partecipative perché esso lavora a gratis e ha una certa ampia rappresentatività sociale e professionale. Ma soprattutto che lo scopo non è di rifare loghi ma di tentare di avviare un dibattito sul passaggio da un certo racconto di Milano (la città industriale su cui si è sovrapposta a un certo punto la città creativa) alla complessità identitaria (di tipo più globalistico) che Milano rappresenta oggi. E poi dalla dimensione di borgo a quella di città metropolitana che emerge dalle ricerche Ipsos. Quest’ultimo tema ha toccato il segno. E ha scaturito un minimo di scambi sensati.

Fine del dibattito raccolto nella prima settimana.

Si potrebbe dire che la discussione parte segnalando riflessi lenti.

Giustamente il sindaco Giuliano Pisapia ha fatto cenno a cantieri paralleli, con soggetti importanti (Assolombarda, Università, eccetera) che hanno avviato loro iniziative di chiarificazione e di analisi. Anche questo è dibattito, certamente. E servirà vedere chi e come riuscirà a tracciare una cornice a tutto, in tempo utile. Tuttavia siccome questo tentativo di fissare un tema prioritario in agenda non è lanciato da un circolo culturale, da un privato in cerca di notorietà, da un centro di interessi rispetto ai competitor, ma dal raccordo tra Comune e Triennale che da un secolo sperimentano iniziativa di ricerca in materia identitaria e avendo preso la parola il Sindaco della città per toccare alcuni temi di fondo, l’attesa resta più alta dei riscontri della prima settimana.

Forse il campo troppo libero può scoraggiare un dibattito che, se a perimetro vasto (con superfici “strette” per discutere) rischia la genericità.

Un modo per stringere è quello di ricordare che alcune città in occasioni recenti generate da grandi eventi son riuscite a fissare alcuni punti precisi (diciamo alcuni obiettivi) nell’organizzare gli spazi di racconto (spettacoli preliminari, come nel caso di Londra alle Olimpiadi ; o articolazione di segni e di percorsi di cambiamento (come nel caso di Torino per le Invernali di alcuni anni fa). Arriva l’Expo è il doppio registro è a disposizione. Per trattarlo come?

Il secondo modo per stringere è di trovare temi decisivi circa la trasformazione strutturale e identitaria su cui finora manca una vera condivisione e provare a farla crescere.

Uno è certamente quello citato della città metropolitana. Un altro è quello del rapporto tra innovazione e socialità. Un terzo è quello della condizione del “fare impresa” oggi a Milano. Un altro ancora è la difficoltà di coinvolgere la città nella percezione del valore internazionale della sua rete universitaria.

E ancora (sempre pescando dalle ricerche Ipsos, tutte da capire) c’è il tema della economia della cultura, che Milano ha sostenuto quando editoria, architettura, musica dominavano insieme scena interna e immagine internazionale, per cercare di capire ora ciò che è vivo e ciò che è caduco.

Insomma la proposta è di utilizzare le conoscenze riorganizzate per procedere da più punti di vista.

Note   [ + ]

1. Linkiesta, 14 aprile 2014 (un primissimo commento all’incerto avvio del “dibattito pubblico” nel corso della settimana successiva all’apertura in Triennale della mostra “Identità Milano”, introdotta dal sindaco Pisapia il 7 aprile).