Bilancio comunale e città metropolitana. Non perdiamo il treno

Franco D’Alfonso 1

Assessore alle Attività produttive, Commercio, Turismo e Marketing del Comune di Milano

Il Comune di Milano, come gli altri 8091 Comuni d’Italia, sta per iniziare la discussione sul proprio bilancio preventivo a primavera inoltrata e soprattutto con un quadro di legislativo che non è “incerto” come negli anni scorsi, è semplicemente inesistente. Non serve nemmeno fare troppi esempi, basta restare sulla “nuova” tassa municipale Iuc, in pratica il mistero della SS Trinità: ha sostituito l’Imu con un soprannome che fa da “cappello” alla stessa Imu, alla Tarsu chiamata con altro nome e alla nuova Tari, comparsa con le stesse caratteristiche dello Spirito Santo ed è stata varata nel mese di marzo come tassa annuale (!) essendo già stabilito che il prossimo anno cambierà completamente, anche se ovviamente non si sa in che “verso”, come direbbe il premier Renzi. Come sia possibile rispettare principi fondanti della gestione pubblica antichi come quello della necessità della previsione contabile antecedente alla spesa, principio peraltro sotterrato nel ridicolo dopo i preventivi dello scorso anno approvati il 30 novembre a causa della farsesca gestione dell’Imu; ovvero moderni, modernissimi e giustissimi come quello della formulazione del bilancio triennale di previsione vincolante, in pratica l’estensione al triennio degli obblighi procedurali autorizzativi, non è dato di sapere. La sovrapposizione fra un sistema di gestione delle autonomie che considera Motta Visconti uguale a Roma e i tentativi ora generosi ora affannosi di riformarlo sempre in maniera rigorosamente disorganica e contraddittoria, la crisi dei rapporti istituzionali e politici e la crisi economica ha reso quello che in tutte le Amministrazioni del mondo è l’atto politico per eccellenza una specie di corsa dei bastoni che vede il Sindaco e la Giunta nei panni del disgraziato che deve correre fra due file di manganellatori composte da consiglieri comunali, revisori dei conti, dirigenti comunali, regionali e nazionali, magistrati della Corte dei Conti, passanti e giornalisti che possono permettersi di ignorare nella forma e nella sostanza il contenuto del fagotto e menare fendenti sotto forma di bollini di conformità, voti in commissione e in consiglio e via dichiarando, costringendo a una prova di abilità e resistenza del tutto fine a se stessa coloro che dovrebbero proprio attraverso questo atto esplicitare le proprie scelte e sottoporsi a una verifica politica. Grazie all’abilità che sconfina nel virtuosismo degli assessori e dei tecnici si riesce in pochi e selezionati casi, come a Milano, ad avere un documento di bilancio che rispetta tutte le forme e le norme, comprese quelle assolutamente cervellotiche introdotte negli ultimi tre anni: ma come non pensare, dovendo ricominciare il calvario annuale, all’inutile strage di tempo, parole e perfino vita privata di tanti bravi consiglieri impegnati per decine di sedute “h24″ a cercare di dare valore politico a discussioni che si ostinano a negare il più antico e importante brocardo prodotto dalla civiltà giuridica, “ad impossibilia nemo tenetur”? A Milano come nelle altre nove “città metropolitane” quest’anno la situazione è resa ancora più surreale dal fatto che a partire (forse) dal 2015 ma certamente dal 2016 dovrà aver visto la luce uno schema di bilancio della Città metropolitana, con la definizione chiara e puntuale della spesa corrente che spetterà a quel livello e soprattutto delle fonti di finanziamento necessarie: quale senso ha redigere documenti contabili che si riferiscono alla realtà definita nel 1923 con l’inglobamento degli undici Comuni come se la stessa dovesse durare immutata altri cento anni? Nessuno ovviamente, tranne che per i numerosi “un uomo chiamato cavillo” che hanno preso il sopravvento nella definizione dell’ordinamento statale imponendo come sacro il principio “se la procedura è rispettata, dormiamo tutti il sonno dei giusti”. È per questo che sono convinto che Giunta e maggioranza debbano esplicitare in un documento politico quello che finora è emerso solo attraverso alcune interviste e annesse (flebili) polemiche e cioè che la definizione dei compiti primari e delle risorse della Grande Milano attraverso una messa in discussione dei rapporti con gli altri livelli istituzionali, Governo ma soprattutto Regione Lombardia, viene prima e comunque è infinitamente più importante della definizione dei meccanismi elettorali. Occorre infatti dire con chiarezza che funzioni cruciali come il trasporto locale, il welfare, la sanità non ospedaliera, la casa, i servizi urbani come rifiuti e acqua, che sul solo Comune di Milano impattano per quasi 2 miliardi di euro su un totale di meno di tre, non sono di competenza della Città metropolitana ma sono la Città metropolitana. La questione del finanziamento della sostenibilità e dell’organizzazione delle stesse ne costituiscono il progetto politico e operativo e ogni interferenza o intermediazione di una Regione guidata per di più da esponenti politici convinti che il punto di mediazione e controllo sia il Sacro Monte a Varese è solo fonte di ritardi e confusione . È definendo la realtà della Città metropolitana che avremo l’occasione di tentare di realizzare quello che temo resterebbe altrimenti un sogno impossibile anche per la “rivoluzione (magari) di Renzi”, la riforma della Amministrazione pubblica che, con grande rammarico, anche a Milano abbiamo scoperto essere più simile a quella di don Gonzalo Fernandez de Cordoba piuttosto che a quella di Maria Teresa. Limitare il perimetro di azione diretta della PA, incrementare l’uso delle municipalizzate invertendo la demenziale demagogia che accomuna l’Atm efficiente e in attivo alle società create per distribuire stipendi e compensi, recuperare efficienza nell’impiego dei quasi 150 mila dipendenti pubblici operanti nell’area metropolitana: forse non basterà né una legislatura né una generazione per farlo, ma un’altra occasione come questa non si ripresenterà più.

1 ArcipelagoMilano , 7 maggio 2014