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Brand Milano

Atlante Brand Milano 

A cura di Stefano Rolando

Prefazioni di Giuseppe Sala e Gianluca Vago

Edizioni Mimesis, novembre 2017.

Cento autori – espressione del sistema Milano (istituzioni, imprese, università, enti culturali e sociali,  media) – intervengono sul tema del patrimonio simbolico collettivo della città con particolare attenzione alle trasformazioni identitarie e narrative intervenute con e dopo Expo.

Con le prefazioni del sindaco di Milano Giuseppe Sala e del rettore della Statale Gianluca Vago e le introduzioni di Stefano Rolando e Nadio Delai

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Le dominanti delle percezioni.

Dalla libera narrazione alla necessaria convergenza sul brand.

Nadio Delai

 Il bisogno di ri-raccontarsi

L’insieme dei contributi presenti in questo testo trasmette una chiara percezione: quella  di una città che ha l’esigenza di trovare un racconto comune di ciò che è diventata e di ciò  che potrebbe ancora diventare.

Un esercizio in cui uno spaccato di classe dirigente racconta uno o più aspetti della città così come viene percepita da ogni singolo autore che cerca di estrapolare un pezzo di patrimonio simbolico collettivo, evocando spesso l’esigenza di pervenire ad un quadro ricomposto delle tante voci.

Il risultato di insieme mostra una ampia apertura del ventaglio: percezioni, idee, proposte. Il tutto con la  precisa voglia di uscire da una lunga fase di latenza sul piano del racconto, mentre molte e significative trasformazioni hanno avuto luogo nel tempo: alcune materiali e visibili e altre sotto traccia, le quali peraltro non sono ancora riuscite a convergere su un brand unificante e condiviso. E la vicenda Expo è servita (forse anche inaspettatamente) a coagulare queste esigenza e ad esprimere, nei fatti e nella simbologia, il bisogno di ritrovarsi dentro un racconto comune che sintetizzi l’orgoglio dell’Essere insieme all’orgoglio del Divenire.

L’operazione dunque si è basata su tanti citytelling parziali (da cui il format che è venuto crescendo,  fino a dar vita ad un vero e proprio Atlante), espressione di molteplici punti di vista e di diverse sensibilità che però permettono di individuare un filo conduttore comune: quello che intende esprimere non solo una propria personale versione nel raccontare Milano, bensì anche la necessità di pervenire ad un NOI da condividere, di cui si avverte un’acuta necessità.  Expo in fondo ha evidenziato la possibilità di mettere a sistema, con buoni frutti i tanti IO individuali, di gruppo, di categoria, di settore che hanno portato ad un successo palesemente condiviso: sottolineando con ciò che non si può creare un’Identità comune rimanendo soggetti isolati, che non si può raggiungere cioè un’Identificazione allargata, non si può costruire un’Immagine ed una Reputazione spendibili all’interno come all’esterno.

E’ certamente giusto riconoscere il valore del presente testo con le sue caratteristiche di “raccolta” larga di percezioni e di opinioni (anche con gli inevitabili limiti e sovrapposizioni). Ma tuttavia esso rappresenta anche un primo passo che ha permesso di disegnare delle “mappe” parziali che nell’insieme rappresentano una somma di racconti del reale e di aspirazioni del possibile. Non è (e non intendeva essere) né un Piano Strategico, razionalmente costruito né, all’opposto, un Piano di Marketing per “vendere” il territorio, come peraltro si ricorda esplicitamente in queste pagine.Eppure anche da tanti racconti diversi si coglie un’aspirazione di fondo che è quella di voler definire il senso di una città, l’anima che la caratterizza, il brand che essa merita e che va costruito, nella comune consapevolezza che si è giunti ad un nuovo stadio di maturazione e di motivazione per intraprendere un percorso che renda concreta tale aspirazione.

La scelta (inevitabile) di una modalità processuale

Aver scelto una “modalità Atlante” ha comportato una tensione verso la completezza delle voci che si sono esercitate nei tanti racconti della città, accumulando così un materiale vasto e non facilmente incastonabile in uno schema ordinante di tipo immediatamente interpretativo.

Raccontare le singole visioni della città genera inevitabilmente un percorso che si presenta più di tipo circolare che non lineare, caratteristica peraltro presupposta dallo stesso esercizio che si è intrapreso. E tuttavia è possibile rilevare significativi riscontri ed echi tra un contributo e l’altro.

Peraltro, una volta aperto il ventaglio, non si può pensare di chiuderlo con un’operazione puramente a tavolino: serve, al contrario, adottare una modalità graduale di avvicinamento all’obiettivo (cioè la costruzione del brand). Obiettivo peraltro che appare essere significativamente presente anche se con consapevolezza diversa all’interno dei vari apporti.

Ecco allora tre prime esigenze da tener presenti in tema di passi successivi da intraprendere.

• La prima è quella di non farsi schiacciare dalla molteplicità, se non addirittura dalla frammentazione delle descrizioni di ciò che Milano contiene e rappresenta: si è davanti ad un accumulato enorme nel corso del tempo che in certo qual modo “fa storia” ma di per sé non fa automaticamente Identità. Basti pensare ai tanti passaggi e spesso alle tante compresenze vissute nella città e nel corso del tempo: dall’industria al terziario, dalla moda al design, dalla finanza allo shopping, dalla ricerca alla formazione, dalla salute al sociale, dalla cultura all’associazionismo, solo per citarne alcuni.

• Una seconda esigenza di cui è bene essere consapevoli è che una grande città non può evitare di affrontare (e risolvere) l’“aporia del brand”: da quella di districarsi dal troppo a disposizione, visto che inevitabilmente si è in presenza di più storia, di più presente e di più futuri possibili su cui lavorare contemporaneamente. A tale proposito è bene tener presente l’esigenza di evitare le soluzioni estreme: quella di un ipotetico “brand sommativo” o, all’opposto, quella di un ipotetico “brand semplificativo”. Il primo non risolve il tema della molteplicità o addirittura della frammentazione e anzi alimenta quest’ultima, poiché l’effetto-somma delle presenze genera la rincorsa di chi si ritiene escluso: e con ciò l’anima della città si frammenta ancora di più e si perde attraverso una pura elencazione “fredda” di vocazioni, che rende impossibile il formarsi di una Identità forte e di poter comunicare quest’ultima all’esterno. Ma anche la seconda ipotesi, quella del “brand semplificativo”, costituisce una falsa soluzione che si presenta altrettanto fredda e artificiale come la prima e in più calata dall’“alto”: e quindi esattamente contraria rispetto ad un processo che deve nascere dalla società civile e venire ripreso e valorizzato dalla forza delle istituzioni (qualora queste siano, auspicabilmente, in grado di farlo).

• La terza esigenza perciò è quella che deve saper riconoscere come ogni grande città (anche se non è Città Capitale) che è normale:

– avere più attività, più vocazioni, più identità, spesso anche di pari forza tra loro;

– vivere trasformazioni esplicite e/o sotterranee di attività, vocazioni e identità che si manifestano nel corso del tempo;

– quindi dover evitare ogni tipo di scorciatoia illusoria come quella del brand sommativo o del brand semplificativo, soluzioni queste che non risolvono l’aporia identitaria: troppo a bassa energia dispersa orizzontalmente “dal basso” la prima e troppo ad elevata energia verticale e impositiva “dall’alto” la seconda.

La vera necessità è quella intraprendere una strada paziente di revisione e di condivisione del patrimonio simbolico, accettando di “stare nel processo”, perché solo questa scelta aiuta ad individuare l’intreccio virtuoso tra Identità, Identificazione, Immagine e Reputazione che può portare alla fine ad un brand che rappresenti una metafora “a caldo” cioè sentita, diffusa, partecipata ed espressione di ciò che si è diventati e soprattutto di ciò che ancora si vuole diventare.

Un esercizio per Milano, ma sintonico rispetto al Paese

Stare consapevolmente dentro il processo non significa solo riconoscere le esigenze più immediate appena ricordate, bensì anche quelle che alimentano la revisione del patrimonio simbolico in quanto valgono per la città e contemporaneamente per l’intero Paese. Tanto per esemplificare:

• innanzitutto il citytelling ha bisogno di uscire dall’evento e di entrare nel processo (esigenza questa che vale in generale anche per l’Italia nel suo insieme): l’esperienza dell’Expo ha sollecitato energie di sistema, sperimentando una larga collaborazione tra soggetti diversi ma anche utilizzando ciò che era già arrivato a maturazione o che stava maturando e che risultava portatore di un bisogno di riconoscimento di un nuovo orgoglio identitario. È perciò necessario uscire da uno “spirito di celebrazione” dell’evento (anche per evitare qualche pericolo di autocompiacimento come peraltro è stato ricordato anche nel testo) per entrare piuttosto nello “spirito di costruzione del processo” che può (e deve) stabilizzare un modus collaborativo tra i soggetti proprio sul piano del “fare”, tanto caro alla cultura milanese, e cioè – nel caso specifico – sul piano della ridefinizione del patrimonio simbolico della città;

• il citytelling esprime in fondo la ricerca di un’identità comune, tema questo che risulta del tutto consonante con la fine del ciclo dell’IO che abbiamo vissuto in questi ultimi trent’anni e con la graduale apertura del ciclo del NOI, confermato dai tanti piccoli e grandi segnali quotidiani: il ciclo dell’IO ha generato tanti mondi ma una scarsa integrazione tra di essi, a Milano come in Italia (e nel resto del mondo). Così il ciclo dell’IO ha parallelamente generato anche l’eccesso del “dire”, mentre ha quasi completamente rimosso l’esigenza dell’“ascoltare” (e di conseguenza dell’interpretare). Mentre il ciclo del NOI sta riprendendo forza all’inse¬gna della riscoperta della relazione tra i soggetti e quindi dell’ascolto, del progetto e dell’identità comune. E quando cambia il ciclo si ripro¬pone in maniera particolare proprio il tema dell’Identità che inevitabil¬mente si colloca (si deve collocare) sempre all’incrocio tra l’Essere e il Divenire: l’eccesso del primo ci imprigiona e ci sterilizza, l’eccesso del secondo crea indeterminatezza e insicurezza. Oggi ci troviamo dunque a cavallo tra la fine del ciclo dell’IO e l’avvio del ciclo del NOI che interroga anche la realtà di Milano (oltre che del Paese) e induce a costruire una fase nuova di convivenza che nel caso specifico della città trova una lunga tradizione proprio nel campo della socialità e dell’aper¬tura all’Altro;

• il citytelling ha bisogno di reinterpretare l’oggi, guardando contempora¬neamente al passato della città e progettandone il relativo futuro: è questo il tema fondamentale della “gestione dell’eredità” che vale tanto sul piano personale come su quello collettivo. Come ricorda Massimo Recalcati, nessuno può ritenersi un soggetto auto-generativo (anche se il ciclo dell’IO ha incentivato questo atteggiamento ed anzi lo ha esaltato a dismisura), mentre tutti i soggetti hanno bisogno di riappropriarsi del futuro attraverso una buona reinterpretazione della propria eredità. Si è quello che si è perché qualcosa e qualcuno ha operato prima di noi, perché noi abbiamo dato il nostro contributo interpretativo e questo ci permette – come persone e come comunità – di diventare adulti ed anzi di ri-diventare adulti. L’identità dunque costituisce essenzialmente un esercizio proiettato sul futuro per poter essere dinamica e non statica, per poter rivendicare non solo l’orgoglio di ciò che siamo stati, ma soprattutto l’orgoglio di quello che ancora vogliamo diventare. Fare un esercizio di ridisegno del patrimonio simbolico significa infine riscoprire la “lunga durata” di braudeliana memoria, uscendo dal presentismo degli anni che abbiamo vissuto e ritrovando le radici e i legami antichi della città (e ciò vale anche per il Paese), per prenderci il tempo in vista di costruire la basi di un futuro condiviso;

• il citytelling affronta infine il tema del branding pubblico come patrimonio di tutti (popolo ed élite) e questo risulta particolarmente centrale per la situazione di oggi, a Milano come nel Paese: ci si trova infatti a dover lavorare per ridurre l’ampiezza del solco che separa le due componenti. Mentre registriamo una frattura che sembra incolmabile tra Rappresentanti e Rappresentati, all’insegna dei sentimenti bassi che hanno preso il sopravvento (delusione, rabbia, rancore, colpevolizzazio¬ne), è necessario interpretare la sotterranea voglia di ritrovare il senso del NOI, superando il duro confronto “mimetico” (come direbbe René Girard) tra il populismo dal basso e il populismo dall’alto.

 

Un’Identità che cura non può oggi scendere “dall’alto” ed essere confezionata artificialmente all’interno di un’istituzione (o peggio dentro uno studio di consulenza). Al contrario essa ha bisogno di esser fatta crescere con un processo “dal basso” che aiuti il ristabilimento di un legame fisiologico e positivo tra popolo ed élite, tra il sociale e l’istituzionale. E Milano presenta una situazione favorevole in tal senso, stante la sua tradizione di dinamismo economico e sociale, ma anche di un suo municipalismo radicato e riconosciuto. La ricerca di un brand condiviso può produrre senso e direzione di marcia, integrando i tanti mondi separati e sostenendo in parallelo l’avvicinamento tra società e istituzioni.Esigenze specifiche da rispettare lungo il processo di costruzione del brand e consapevolezza di lavorare in sintonia con quanto esige il contesto non solo locale ma anche nazionale devono poter confluire in un comune sforzo di ridisegno del patrimonio simbolico identitario di Milano.

La registrazione di alcune dominanti ricorrenti nei diversi contributi

Lo sforzo di individuare delle costanti nell’interpretazione dell’Identità di Milano, che possano rappresentare la saldatura tra quello che si è stati e quello che si ritiene di poter ancora diventare porta a sceglierne alcune che appaiono particolarmente significative e utili per “bilanciare” al meglio alcune polarità (solo) apparentemente contrapposte: ricavandone così l’energia che può derivare da una mediazione giocata “al rialzo”. Ecco alcuni esempi di polarità emerse:

Trasformatività/Tradizione

In tale binomio sembra vincere il primo termine grazie a quella spinta del fare che rappresenta una costante che rende Milano una città votata all’“impermanenza” perpetua che la fa essere via via nel tempo il luogo dell’industria, del terziario, del design, della moda, della finanza, della ricerca, della tecnologia, della formazione, della salute, del cibo, del turismo, dell’internazionalità. Tale polarità riesce però a risolversi in positivo, mantenendo la spinta trasformativa, da un lato ma anche le radici ben piantate nello spirito di accoglienza e di solidarietà del luogo, dall’altro.

Globale/Locale

I processi di internazionalizzazione e di globalizzazione hanno investito profondamente la città, le professioni, le aziende, allargando i confini virtuali del territorio. Ma si è anche riusciti a mantenere un equilibrio tra i due termini, bilanciando il richiamo dei flussi con quello dei luoghi, poiché si è consapevoli che i primi da soli non bastano a sostenere un’identità collettiva del territorio. Così Milano mostra la propria capacità di esercitare una funzione e di vivere una cultura a tutti gli effetti glocal che la fa essere (e sembrare) la porta ideale di apertura verso l’Europa.

Accoglienza/Competizione

È forse la polarità che appare essere maggiormente sperimentata e in un certo senso compiuta grazie al lungo esercizio che si è fatto attraverso gli anni.Milano costituisce da sempre un luogo di attrazione delle persone e dei talenti che cercano nella città quello che i loro territori non sanno offrire e che, grazie al passaggio nel potente magnete urbano di Milano vengono facilmente rilanciati sul piano internazionale e globale.

Ma l’inclusività si esercita in maniera altrettanto ampia per quanto riguarda il sociale debole grazie ad una tradizione solidale e mutualistica profondamente radicata. La responsabilità sociale fa parte della tradizione ambrosiana e viene esercitata con generosità e con crescente “spirito di restituzione” da molti di coloro che sono riusciti ad inserirsi con successo nella logica competitiva sul piano professionale.

Anche per questo potrebbe essere proprio Milano il luogo più giusto per reinterpretare il nuovo ciclo del NOI anche da un punto di vista che riguarda peraltro l’intero Paese: quello del (necessario) passaggio da una fase del “diritto ad avere diritti” (tema di punta del politicamente corretto …) ad una fase che richiede di incorporare in parallelo “il dovere di avere doveri”.

Municipalismo/Periferie

È questa una polarità che oggi tende a spostare l’attenzione sul secondo termine. E l’ipotesi di Città Metropolitana crea nuove responsabilità insieme a nuove opportunità proprio in tal senso.

Resta comunque forte la funzione di equilibrio da parte di un Municipalismo di lunga tradizione che incarna simbolicamente uno spirito di comunità in cui si ricompone trasformatività e tradizione, globale e locale, accoglienza e competizione, civismo e spirito riformista.

Al di là di alcune dominanti rilevate non resta, in conclusione, che ribadire il valore della processualità di cui il presente testo rappresenta uno dei primi passi, a fianco dell’attività svolta dal Comitato Brand Milano.

Ma ulteriori passi sono necessari per poter far avanzare ciò che si è cominciato. Più precisamente serve:

• saper guardare alla città come a un grande laboratorio simbolico permanente come qualcuno ha osservato nel suo personale contributo. Infatti il processo presuppone una consapevolezza diffusa ed un ascolto praticato con continuità (e periodicamente misurato nei risultati). Esso è basato in prima istanza sull’inspirazione di frammenti identitari, di luoghi, di flussi, di soggetti, di attività, di bisogni, ma anche, in seconda istanza, sull’espirazione, fatta di interpretazione, di proposte, di simboli, di azioni;

• saper promuovere un processo di autocoscienza permanente rispetto all’avvio di un nuovo ciclo che richiede di ritornare all’economia e alla società “reale”, in quanto c’è bisogno di ristabilire quella verticalità positiva tra Rappresentanti e Rappresentati che si è profondamente logorata nel tempo, ma di cui oggi si sente un acuto bisogno e per la quale l’ambiente ambrosiano manifesta da sempre sensibilità e sintonia attraverso le tradizionali forme di civismo, di spirito riformista, di legame – malgrado tutto – tra municipalità e società;

• saper costruire un appuntamento periodico sull’evoluzione del processo di branding, con la consapevolezza di svolgere una funzione importante di tipo pubblico ma coinvolgendo fortemente la componente privata vicino a quella istituzionale.

E a proposito di proposte emblematiche che possono essere utilmente valutate per arricchire e far evolvere il brand Milano mi permetto di concludere, menzionandone quattro di tipo personale.

• La prima è quella di ipotizzare uno sviluppo della finanza “reale”, a partire dalla grande crescita di competenze maturate in questi anni proprio sul piano finanziario, che non sono state però sufficientemente indirizzate al servizio delle piccole e delle medie imprese che oggi hanno un drammatico bisogno di interpretare il passaggio di ciclo da uno sviluppo sostanzialmente “molecolare” ad uno sviluppo più solido e integrato, sul piano della crescita dimensionale o quanto meno delle integrazioni tra imprese.

• La seconda riguarda il sociale ed in particolare un tema-chiave per il nostro Paese, ancora oggi non sufficientemente affrontato: quello dell’integrazione degli immigrati (o meglio di una quota di essi). I flussi aumentano e quello che si fa nella situazione di emergenza è quello di ospitarli provvisoriamente. In realtà, una volta eseguite le operazioni di identificazione, di prima accoglienza e di accertamento dello stato o meno di rifugiato si apre la fase importantissima dell’integrazione. Siccome siamo davanti a grandi numeri serve adottare un approccio che sia a tutti gli effetti di tipo “industriale” cioè tale da poter mettere in valore le competenze di chi arriva, arricchendone la preparazione attraverso la formazione e garantendo la trasmissione delle conoscenze di base che riguardano l’ambiente ospitante e il relativo rispetto delle regole di convivenza, nonché la ricerca di potenziali sbocchi lavorativi. In questo l’intreccio della tradizione milanese nel campo della continua trasformatività e del permanente spirito di solidarietà potrebbe giocare un ruolo emblematico a livello nazionale ed europeo.

• La terza proposta potrebbe essere quella di porsi come polo di mobilità attiva e passiva dei talenti che passano da Milano e che oggi assumono caratteristiche nuove rispetto al passato: esiste una potenziale “borghesia delle competenze” che non ha un luogo di riferimento e di presidio adeguato e che pure oggettivamente rappresenta una nuova risorsa giovane da valorizzare in tutti i modi.

• Una quarta proposta potrebbe essere quella della promozione di un’attività volta a sviluppare la conoscenza e l’applicazione del “dovere di avere doveri” accanto al “diritto di avere diritti”, a partire innanzitutto dai cittadini residenti per poi coinvolgere anche gli immigrati che arrivano e che hanno la necessità di integrarsi in maniera opportuna nel nostro Paese.

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Nella prima parte interventi sui caratteri generali e le nuove forme narrative (letteratura, cinema, musica, arte, architettura ,media, rete).

Nella seconda parte analisi di fenomeni emergenti (innovazione, creatività, nuovi flussi tra cui quello del turismo).

Nella terza parte il rapporto tra tradizioni e trasformazioni ; alcuni “sguardi esterni”; e una prima forma di dibattito sui caratteri del nuovo Brand Milano con esponenti dei soggetti economici, sociali e culturali.

Nelle conclusioni le opinioni di Salvatore Veca, Emma Bonino e Giuseppe De Rita

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Le ragioni interne del cambiamento

Colloquio con Salvatore Veca

 

Professor Veca, a conclusione di quello che abbiamo chiamato “Atlante Brand Milano” – dunque non un rapporto o un piano ma una semplificazione in “carte” di una complessità – traiamo qualche conclusione ora con un filosofo, poi con un sociologo e con un’esponente politico (donna) che si occupa di città, di nazioni, di Europa e di mondo. Due sguardi diciamo esterni e il suo, da milanese (pur nato a Roma), “interno”. Interno ma pur sempre filosofico, quindi con il distacco della ragione. Anche lei plaude al “cambiamento” della città? O prende la cosa più filosoficamente?

Per ragioni di mestiere la devo prendere “con filosofia”. Ma in realtà posso guardare la questione in due modi: da osservatore o da partecipante. Da osservatore dico che sono venuti a maturazione negli ultimi anni (Expo, più che un a quo è un ad quem in questa vicenda), anche per effetto dei processi di globalizzazione, fattori che hanno fermentato la civitas. Guido Martinotti distingueva, nel cambiamento delle città, processi connessi alla urbs (la struttura fisica della città) e connessi alla civitas (il corpo morale della città, il suo popolo). Cambiamenti funzionali di parti della città, nuove socialità, sviluppi del ruolo della ricerca, crescita di attrattività, a poco a poco hanno attraversato la pelle di Milano. Tra il 2007 e il 2008 c’è stata la percezione (non in tutti, ma in alcuni settori significativi sì) che questi fenomeni carsici chiedevano di emergere. Da qui la connessione con la “avventura Expo”. Oggi parliamo di Milano trasformata da Expo, ma in realtà i fattori di trasformazione pre-esistevano e si sono addensati in un effetto non atteso, diciamo inaspettato.

Ma forse, se lei parlasse “da partecipante”, quell’effetto lo si poteva anche prevedere, no?

In questo senso sì, lo si poteva prevedere. Ma se ci ricordiamo il clima generale, quasi tutti non sapevano cosa sarebbe accaduto. Ma solo oggi, a cose fatte, guardando il fenomeno nel suo rapido ma non brevissimo ciclo, si possono leggere quelli che chiamiamo “cambiamenti”. Da “partecipante” debbo dire che i fermenti cominciavano ad avere una lettura nuova, quella del “fare sistema”. Al tavolo in Expo – che coordinavo insieme al ministro Martina sulla “Carta di Milano” (cioè in materia di alimentazione sostenibile) – questa tendenza, invocata ma non compiuta per Milano, la si coglieva molto bene: dalla Cascina Triulza alle grandi imprese alimentari. Il latente diventava patente.

In quella “latenza” vede continuità di processo nelle amministrazioni milanesi del nuovo secolo?

Vedo nella Amministrazione Albertini la gestione di parti del cambiamento della urbs. All’Amministrazione Moratti si deve l’avere voluto con determinazione Expo. L’Amministrazione Pisapia ha restituito orgoglio civico ai milanesi. Poi ci sono state evidenti differenze di politiche e di culture politiche. E anche deficit.  Ma la traiettoria di quel processo che chiamerei della primavera milanese ha attraversato queste amministrazioni.

Ci dicono gli esponenti della stampa estera – con elogi e vari apprezzamenti – che un Expo non fa trasformazione di brand, perché è figlio di tante sedimentazioni. Come la vede?

La mia tesi sui processi carsici vuol dire esattamente questo. Capisco che, in realtà dominate da notizie/evento, Expo possa apparire come una matrice di tutto. Ma molto cominciava da prima. Caso mai è lecito dire che c’è una Milano prima di Expo e una Milano dopo Expo. Expo è stata resa possibile da ciò che c’era prima, Expo ha messo in modo una chiarificazione sull’identità del nostro avvio di terzo millennio.

Abbiamo anche cercato di capire se nello sguardo alla città interno ed esterno – qui in un certo senso parliamo di “immagine” – ci sono irrisolti evidenti. Chi dice l’aria, chi dice il verde, chi dice il traffico (tutti ammettendo che qualcosa si è fatto), chi dice la città metropolitana per aria, chi dice la politica milanese buona per gli affari interni ma poco capace di agire sullo Stato, chi dice il caro-città, chi dice….Lei dove vede qualche ombra?

Penso che un nodo sia l’irrisolta questione della città metropolitana. Da essa dipende un nuovo sistema vertebrale. In secondo luogo – anche qui ci sono molte condivisioni – c’è un approccio necessariamente diverso alle periferie. Il cosiddetto “rammendo Renzo Piano” richiederebbe un’estensione al di là delle sperimentazioni avviate. E’ evidente che le periferie sono eredità stretta dell’età industriale. Ma oggi si trovano sull’asse di una riconsiderazione urbanistica che toglie loro persino la storica dizione di “periferie”. Oggi – e forse da molto tempo – esse sono parte della città policentrica. Di cui ciascuna di quelle ex-periferie diventa un nodo della nuova accessibilità e della nuova mobilità. Ma il punto di partenza è che in esse si annidano i fattori che determinano oggi le maggiori solitudini sociali della città.

Lei parlerebbe ancora oggi di Milano città generata modernamente dall’Illuminismo?

Ah…domanda difficile. Ma ci sono dei tratti che rendono possibile questa definizione. Diciamo tenui fili. Nei momenti migliori della vita della città si può cogliere l’esistenza di quei tenui fili. Insieme ad altri fili. Cosicché non penso si possa dire che ci sia un marchio “Illuminismo” che copra oggi la sintesi identitaria della città. Ma in certi momenti ancora oggi senti l’eco di Verri, Beccaria. Fino a Cattaneo. Un certo approccio all’accesso alla conoscenza, l’idea che sapere vuol dire anche “saper fare”, l’idea che le istituzioni debbano essere gradualmente e costantemente riformate a seconda dell’efficienza o dell’inefficienza che esprimono, l’idea che si deve convivere nella diversità delle culture, sono parte di questi momenti.  Poi altre luci e altre ombre.

Da quel che dice – il “tenue filo” –  ci spingerebbe a dire che tra Milano e Napoli questa eredità resta ancora condivisa e condivisibile?

Perché no? Penso che sarebbe un auspicio straordinario. L’illuminismo italiano è milanese e napoletano. L’economia civile è ispirata a queste due scuole. La loro è una lezione europea. Tra l’altro promuovendo due “porti” culturali per i traffici dell’idea di Europa, una verso il continente, l’altra verso il Mediterraneo.

Secondo lei Milano – i cui politici di maggior fama da Turati a Mussolini, da Craxi a Berlusconi – hanno avuto a che fare con l’Italia, così come le sue fabbriche, i suoi prodotti, le sue università, i suoi chansonnier, eccetera, modernamente parlando è simpatica o antipatica agli italiani?

Credo che prevalga la simpatia sull’antipatia, che – è vero – è esistita ed esiste. Perché il principio di attrazione resta più forte. Un’attrazione di tipologie diverse di persone, che ha dato buona prova di sé nel tempo, non una volta ogni tanto. Aggiungo alle tipologie citate di fattori di relazione con l’Italia (e con il mondo), quello delle comunità religiose con un posto storicamente di rilievo per la Diocesi ambrosiana che ha avuto più volte grandi personalità alla sua guida, molte volte nel deserto di altre leadership.

Così che quando il presidente Mattarella a chiusura di Expo parla di Milano “capitale europea e motore dell’Italia” (le risposte in questo dossier sono diversificate) ci coglie oppure bisogna fare dei distinguo?

La prima cosa che vorrei dire è che “capitale europea” – che parrebbe cosa scontata – è altrettanto impegnativo che dire “motore dell’Italia”. Quel “capitale europea” presuppone un assetto che è precondizione della seconda espressione. Capisco i risvolti complessi di questa seconda espressione, ma credo che sia condiviso il fatto che Milano può essere un esempio per l’Italia. Se pensiamo al sistema universitario oggi come generatore di competenze ben al di là degli studenti nativi nel territorio, ne abbiamo un’idea. Ma un’idea – a proposito di esempio – ci viene soprattutto dal livello raggiunto da Milano nel “fare sistema”. Non era così solo dieci anni fa. Non motore, ma esempio.

Una domanda all’operatore culturale milanese. Li vogliamo o no i turisti? Lusingati dall’aver (forse) bypassato il turismo a Roma e grati al Sindaco per aver lanciato una grande operatività di consolidamento. Ma poi quelli vengono e lei conosce certe mentalità…

Beh, molto semplice. Gli vogliamo o meno, dobbiamo volerli. Se apri a spettro ampio una politica di attrattività, questo aspetto rientra appieno. Tenendo conto che una volta si veniva a Milano per delle occasionalità. Adesso venire a Milano è, diciamo così, più impegnativo. L’offerta è più complessa, gli eventi sono tanti, le porte di molti luoghi si sono aperte. Oggi – l’espressione è di moda – il problema del turismo è “esperienziale”. Diversamente esperienziale. Ciò che, ancora una volta, spinge e obbliga a fare sistema.

Da qui anche un ripensamento su “Milano, Mediolanum, Terra di mezzo” , in uno spazio crescente per l’aspetto di città di destinazione. O no?

MI pare che oggi le due forme – di passaggio e di destinazione – abbiano raggiunto un loro equilibrio. Con la previsione che aumenti, da qui in poi, il carattere di destinazione che non è un’esperienza nuova ma legata a cicli di immigrazione, nazionale e internazionale, che sono stati rilevanti nel ‘900.

Più in generale, nella distinzione di scuola tra branding e marketing, diciamo che il branding segue e indirizza la narrativa (tra identità e immagine), il marketing organizza l’attrattività. Marketing alla fine vuol dire “vendere”. Come vede le due città che amano e che non amano “vendere” Milano?

Ovviamente le due città convivono, nel carattere plurale che caratterizza Milano da tempo. Esse esprimono un equilibrio instabile tra la cultura della preservazione e la cultura commerciale che non è di oggi. Ma la considero una tensione positiva. In cui auspico che possano rifiorire i “luoghi del cuore”. Non vorrei essere frainteso. Intendo con questa espressione luoghi che esistono solo se qualcuno li racconta. Apprezzo l’espressione “Atlante” per raccogliere queste opinioni, ma in questo caso io uso l’espressione “Mosaico”, con tasselli di pari importanza che, per preservare i luoghi, li deve rappresentare e raccontare.

Questo rapporto tra identità storiche e nuove esigenze funzionali si dovrebbe estendere anche ad alcuni centri importanti dell’area metropolitana in cui porsi lo stesso problema di memorie e innovazioni identitarie…

Mi viene in mente una variante delle frasi di Ovidio “Omnia mutantur, nos et mutamur in illis”. Tutto cambia e noi cambiamo nel tempo.  Non sono un identitarista forte, cioè non credo alla “forte identità”. Credo alla coltivazione di storie che consentano alla gente di restare nei loro percorsi di memoria.

Una domanda al professore: nell’attrattività della città si pone (per comparatività internazionale) il tema dell’attrattività internazionale universitaria. Un po’ lo si fa anche nelle pagine che ci precedono. Con il warning del dato che limita l’attuale esito al 6,5%. Come commenta?

Sull’università e la sua internazionalizzazione vorrei solo segnalare che il “fare sistema” qui non può riguardare solo la rete degli atenei milanesi perché quella rete prende senso storico e di attualità nella sua dimensione regionale. Milano ha conosciuto uno sviluppo recente di una parte certamente accreditata delle sue università. Ma Pavia da un lato, come Bergamo e Brescia dall’altro, rappresentano parti connesse e ineludibili di quel sistema con grandi tradizioni. Il vero sistema competitivo per noi è quello tedesco e i caratteri di tradizione sono uno dei fattori più importanti su cui reggere quella competizione.

Non vorremmo chiedere ad un filosofo di fare l’urbanista. Ma restando al campo della sua strumentazione culturale, per il futuro di Milano – avendo gli occhi puntati sulla fotografia del satellite che segnala Milano al centro di una grandissima dimensione urbana diffusa –   la convince di più la forma di borgo, di città, di città metropolitana, di città-regione, di città padana diffusa, di città-Stato o di global city?

Quella fotografia era raccontata da Guido Martinotti come la metacittà. Flussi e densità parlano chiaro. Ma dentro queste estensioni si rischia di perdere un tempo infinito attorno a problemi di governance. Mentre la creazione della città metropolitana è già una politica normata. Credo che portando a termine questo progetto si avrà anche un grande territorio interno a quel più diffuso tessuto, che avrà dimensione e forza per sviluppare progetti alla sua misura e a misura del più vasto territorio circostante.

Comune e Assolombarda hanno presentato una banca dati sull’attrattività di Milano in cui la scelta di confrontare la città riguarda quattro città considerate omogenee: Barcellona, Monaco, Stoccarda e Lione. Vede appropriato questo “competitive set” o lo immagina diverso?

Penso che la scelta sia stata fatta attorno a città non capitali. Per alcuni aspetti che caratterizzano le vocazioni di Milano si potrebbe discutere questa scelta ristretta. Ma intanto è importante aver avviato un quadro di confronti, che ci abitua ad usare i dati e le statistiche in un modo serio e migliorativo. Appare chiaro che Amsterdam almeno dovrebbe far parte di questo ambito di confronti. E forse anche altre città. Ma intanto abbiamo avviato il tema dei confronti, che comunque ci fa alzare l’asticella.

Tra gli esiti del cambiamento recente, la “trasformazione“  di Fondazione Feltrinelli, che lei rappresenta a lungo come presidente e ora come presidente onorario. Ci dice i punti chiave del progetto?

Fondazione Feltrinelli per anni ha promosso un vasto programma connesso ai temi della globalizzazione. Da questo punto di vista ha accompagnato uno dei fattori che ho chiamato “carsici” della lunga trasformazione di Milano. Nel quadro di Expo è stato rilevante l’impegno per portare a condivisione – politica e sociale – la “Carta di Milano”. Poi dopo Expo la costruzione della nuova sede di via Pasubio che sta diventando un luogo  cult di Milano, con una biblioteca che attira i giovani e con una frequentazione (attività, eventi, iniziative permanenti) di strabiliante dimensione.

Lei è ancora un rappresentante di una scuola intellettuale milanese che la città ha molto riconosciuto e apprezzato. Abbiamo ritrovato pubblicato una sorta di cenacolo di questi intellettuali che all’inizio degli anni ’90 hanno scritto tutti sull’immagine di Milano. C’è un ultimo contributo in vita di Mario Dal Prà. C’è anche lei, alla pagina 254.  Può provare a comparare gli sguardi di questa comunità diciamo un quarto di secolo dopo?

Non ho più un ricordo esatto di quella pubblicazione, ricordo i commenti della sua curatrice Marina Calloni, ma non il dettaglio dei contributi. Se penso al rapporto tra gli intellettuali milanesi e l’immagine della città in quegli anni e oggi parlerei di sostanziale cesura, dato il carattere di crisi di quella stagione e il riconoscimento che non ci diamo da soli di una certa effervescenza in questo periodo.

Prima di Expo da una nostra indagine in collaborazione con  Ipsos usciva la vecchia impressione dei milanesi criticoni. Ora il mood mediatico sarebbe quello della città autocompiaciuta. E’ lo stesso people? Sono cambiate le cose? 

Sempre gli stessi. E’ una storia che si ripete.

Lei ha scritto filosoficamente di “incompletezza”. E del resto l’opera d’arte più seduttiva del patrimonio milanese è forse la Pietà Rondanini, appunto incompleta. Come e dove applicherebbe questa categoria al processo identitario della città?

Si parlava di preservare identità e di sostenere il cambiamento, appunto un equilibrio instabile. Ebbene ciò richiede una consapevolezza. Che l’ultima parola che si pronuncia su questo equilibrio sia in realtà la penultima.

Un’ultima domanda (la rassicuriamo, non la penultima). Che rapporto hanno i milanesi, secondo lei, con quello che chiamiamo “patrimonio simbolico”?

In uno dei libri più belli di Italo Calvino (Le città invisibili) si dice che la città dei nostri viaggi o delle nostre indagini deve poter rispondere a una nostra domanda. Appunto una domanda di senso. In questo nesso leggo la natura del patrimonio simbolico.

 

La percezione internazionale di Milano

Colloquio con Emma Bonino 

La crisi finanziaria globale cominciata nel 2008 ha ridisegnato sia la geografia economica che i contesti di nuova ovvero consolidata reputazione e attrattività. Come si colloca in generale l’Italia nella reputazione globale delle generazioni contemporanee? In cosa Milano coincide con l‘immagine nazionale, in cosa si distingue?

Giro, ascolto e presto attenzione a questo tema. Trovo che ci sia un tratto comune nell’opinione pubblica internazionale. Il tema del “bel paese” resta forte e diffuso. Insieme all’apprezzamento per gli italiani (un’opzione in generale legata alla accoglienza) e insieme all’idea diffusa del “bel clima” e del riconoscimento al fatto che “in Italia si mangia bene”.  Rispetto a questi tratti, magari in sé banali ma che hanno una massa critica non trascurabile, Milano, nel mondo, non si smarca molto. Ma ottiene alcune connotazioni in più, diciamo di ordine culturale. Certo passando dal mondo all’Europa, dove la mia percezione è più costante nel tempo, Milano aumenta il livello di conoscenza e di ottimo posizionamento. Con un tratto non positivo, che mi viene segnalato spesso, che è la questione “aria e ambiente”. Credo che la questione vada affrontata seriamente, in sé e rispetto all’effetto immagine che produce. E’ giusto dire che questa percezione è largamente bilanciata da giudizi parimenti diffusi: efficienza, laboriosità, una certa “seriosità”. Qui, nel complesso, il giudizio si smarca considerevolmente – come è quello che riguarda Torino – rispetto al giudizio, in generale, sugli italiani, considerati un po’ “burloni”.

Sui può dire che Expo abbia in qualche modo – e, nel caso, in che modo? – contribuito a modificare la fisionomia percettiva di Milano?

Credo che abbia avuto un ruolo fondamentale. Non solo per chi c’è venuto materialmente. Ma anche per il modo con cui nel mondo se ne è parlato. E’ passato il concetto (che coincideva con le tematiche di Expo) di una città capace ormai di rappresentare il “melting pot”. La rappresentazione tematica di Expo ha contribuito a ciò: viste tutte le culture, visto che non c’erano discriminazioni, visto (e apprezzato) che anche i paesi più poveri hanno avuto un aiuto per potersi raccontare. E’ stata considerata più una esposizione sui diritti (salute, cibo, sostenibilità) che una espressione dei paesi più ricchi e più forti.

Un piccolo dettaglio. Prima di Expo era apparsa sulla stampa americana una critica, forse un timore, circa la situazione della sicurezza a Milano. Commenti…

Expo non è un’olimpiade che dura qualche giorno, dura mezzo anno. La risposta Milano l’ha data chiara e netta. Ed è un valore che si riverbera nel tempo.

Già, il tema dei “valori”: Expo ha fatto passare più “valorialità” o più un’idea di partecipare ad un evento prima di tutto ludico?

Ma facciamo a capirci! Expo non è l’ONU, che ha un mandato valoriale. Era ed è una fiera. Credo che Expo Milano ha messo in scena una quantità di incontri, dibattiti, occasioni di divulgazione di temi anche difficili che è stata dentro la cifra dell’educazione-intrattenimento. Nessuno si aspetta che Expo negozi patti commerciali. Ci si aspetta che Expo non faccia banalità o propaganda su temi di fondo del mondo contemporaneo. Qui, nettamente, missione riuscita. Ho segnali che il “cantiere” di Expo a Dubai presenta più difficoltà da questo punto di vista. Ma proprio il “modello Milano” è segnalato nel dibattito come un riferimento ormai da seguire.

Nelle dinamiche (con le loro convergenze e la loro conflittualità) tra stati membri ed Europa, vi sono alcune città non capitali che danno valore aggiunto all’articolazione economica e culturale dell’Europa (Milano, Monaco, Francoforte, Lione, Amsterdam, eccetera). La famosa battuta di Lucio Dalla “Milano vicino all’Europa”, come va interpretata oggi?

Quell’espressione è vera e sempre più vera. Ma se dobbiamo fare qualche riflessione più generale sul rapporto tra città e nuovi assetti dell’Europa vorrei anche dire che il vecchio ordine è morto e che il nuovo non si vede. Riassumo spesso così uno dei fattori di oggettiva crisi istituzionale e politica dell’Europa. Questo spinge la gente a riconoscere il valore e il ruolo della prossimità. Gli aggregati umani che assumono la veste di città hanno così grande rilievo. Karl Popper diceva che proprio nelle crisi i cittadini limitano alla “vicinanza” il riconoscimento di autorità. Fino alla vicinanza più estrema, il quartiere, il condominio, eccetera. Questo poi produce il rischio di immaginare che le stesse città e le loro amministrazioni abbiano poteri e competenze che esorbitano dalla realtà. Saggi i sindaci che non caricano il loro ruolo con la calamita di ogni attesa.

Perché nelle politiche di coinvolgimento delle istituzioni comunitarie il ruolo delle città è limitato? 

Se penso a quando svolgevo responsabilità in seno alla Commissione europea, seconda metà degli anni ’90, devo dire che questo limite era evidente. Ma se mi riferisco a dirette esperienze più attuali, anche su temi diversi dalle competenze di allora, trovo che l’evidenza del ruolo delle città è molto più percepita. Ambiente, mobilità, cultura, salute, coesione. Tutte cose che riguardano da vicino i cittadini sono fortemente legate ai perimetri territoriali. Una volta Bruxelles se ne occupava relazionandosi alle capitali. Adesso la relazione è diretta con i territori e soprattutto con le città di riferimento. Ne è un esempio anche la nuova articolazione dei “fondi comunitari” destinati specificatamente a dinamiche urbane. Certo, dal punto di vista “politico” la relazione è regolata dai trattati. E quindi è marginale.  Ma è anche vero che ciò dipende molto dall’iniziativa delle città stesse.

Come è giudicabile nel concreto la “europeità” di Milano?

Se prendiamo un periodo recente abbastanza lungo debbo dire che la percezione da parte di  Bruxelles è altalenante. La caratterizzazione lombarda del leghismo ha lasciato tracce. E’ spesso da Milano – con i segni a volte anche della città – che si grida all’uscita dall’euro. Ma Milano ha un’identità più lunga e complessa, al punto che per esempio in Europa – e in quella parte del mondo che conosce le cose – Milano non viene identificata con il leghismo, che appartiene piuttosto a una identificazione extra-urbana. Dunque Milano, questo mi pare il punto saliente, non è nella lista dei territori d’Europa percepiti come anti-europei.

Si dice che Milano operi nei processi di globalizzazione in molti settori (moda, design, salute, ricerca, energia, eccetera) in una condizione di relazione e connessione globale che potrebbe anche marginalizzare il ruolo di mediazione del proprio Stato. E’ vero o non è vero che la globalizzazione riduce la mediazione degli Stati?

Grandi città, metropoli, regioni particolarmente dinamiche, certamente sono soggetti la cui dimensione politica anche internazionale è molto cresciuta. Ma non credo che tale dimensione sostituisca quella degli stati con i vincoli e i caratteri di una rete di regole che sono internazionalmente riferimenti vivi e attivi. Questa è una fotografia ancora di questa fase storica. Potrebbe cambiare, ma mi pare che questa sia ancora la realtà.

Quindi, pragmaticamente una città come Milano dovrebbe mantenere una sua identità “nazionale” o potrebbe invece seguire una accentuazione della sua distinzione “globalizzante”?

Constato che oggi Milano fa, nel suo complesso, scelte sinergiche con il suo paese di appartenenza. Lascerei perdere gli stereotipi anti-romani che nella classe dirigente lasciano il tempo che trovano, anche perché se ci si mette nella polemica contro i “palazzi” non si può far finta di ignorare i “propri” palazzi. Dopo di che c’è una spinta necessaria dell’intero paese nei processi di internazionalizzazione in cui Milano si muove, in molteplici settori, come una locomotiva.

 

Questa vocazione “globale” a Milano è leggibile in equilibrio o in conflitto con la sua vocazione “locale e tradizionale”? 

Ho letto di recente qualcosa riguardo a un cinema di tradizione del centro di Milano venduto per dare spazio a un centro commerciale di una multinazionale. E devo dire che la prima cosa che ho pensato è: ma perché un imprenditore italiano o, diciamo, un ricco milanese non si è fatto avanti per comprare quello spazio storico, di tradizione, dove era possibile continuare a fare margini con lo spettacolo? Non è pensabile che l’amministrazione civica risolva finanziariamente questo genere di problemi. E’ naturalmente pensabile che certi luoghi culturali e commerciali siano prima di tutto un “valore”. Ma anche la società che ha i mezzi lo deve pensare. In generale questa è anche la mia prima reazione di fronte alle proteste sul fatto che le imprese italiane sono acquistate da imprese straniere (fenomeno che è per altro relativamente bilanciato anche da nostre imprese che si espandono con acquisizioni all’estero).

Milano e le donne. E’ un capitolo storico dell’emancipazione e del riconoscimento nelle carriere professionali, imprenditoriali e anche istituzionali che hanno contribuito alla tensione di processi sociali di modernizzazione da tempo (tanto per citare, Linda Malnati e il primo sindacato delle lavoratrici a fine ‘800, Anna Kuliscioff ai primi del ‘900, Piera Santambrogio e l’impresa elettromedicale negli anni ’60, il “caso Zanzara” prima del ’68, eccetera). Ad un ex-studentessa della Bocconi questo tema cosa evoca?

Sì, è una grande storia. Che continua nel presente, come i dati – anche recentissimi – di Italia lavoro ci dicono. Il combinato disposto di “donne” e “milanesi” è una affermata sintesi che produce efficienza e concretezza. Questo va dal campo della creatività alla ricerca, dall’imprenditorialità alle professioni liberali e giustamente anche istituzionali. Sappiamo bene che se parliamo dell’Italia intera questa cosa non è scontata.

Milano (che è termine che contiene concettualmente ed emotivamente i “milanesi”) oggi è più simpatica o più antipatica agli italiani?

Se si vuol considerare questa “simpatia” a pelle come un fattore spalmato sul brand di una città (come di un paese), Milano appare con qualche elemento ondivago. Certo essere “apprezzati” non significa necessariamente essere “simpatici”. Penso ai piemontesi, come me, ad esempio, che sono caratterizzati per un diffuso fattore di introversione.  Ma Milano ha avuto momenti diversi. In cui è stato anche evidente il carattere generoso. Così come è stata evidente – la parola è milanese – una certa “bausceria”.

Milano dei diritti, dall’editto di Costantino a Cesare Beccaria. E oltre. Questa dimensione è solo un riferimento culturale o incide in modo riconosciuto sul “brand” della città?

Accidenti se incide! Basta guardare dentro il perimetro del “terziario” milanese dove si trovano anche professionalità di notevole rispetto e dove la capacità di occuparsi dei problemi, anche problemi gravi, degli altri trova risposte, attenzioni, soluzioni. E’ certo un modo con una storia rilevante di mettere in pratica politiche per i diritti. La solidarietà piò anche essere una dimensione approssimativa. Milano dà l’impressione di saperla misurare. E non basta tirar fuori dei soldi per affermarla. Essa appare a Milano come una componente interna, non occasionale, dell’essere civici. Con un dialogo reale tra mondo laico e cattolico.

Nelle relazioni euro-mediterranee che ruolo ha e che ruolo avrebbe Milano con l’insieme delle sue infrastrutture economiche e culturali e il suo posizionamento geo-politico?

Quando ero ministro al Commercio estero disponevo di dati molto precisi su questo tema, cioè quello di Milano maggiore porta reale delle relazioni euro-mediterranee, al di là delle chimere di città che invocano questo ruolo per ragioni di prossimità. Per Milano è appunto un complesso di fattori oggettivi e soggettivi che ha reso questa vocazione ineludibile, sia commercialmente sia simbolicamente. E’ certo che in questo momento la situazione dell’altra parte del Mediterraneo attraversa una fase delicatissima. Ma forse è proprio questo anche il momento in cui sarebbe importante investire sul tema. Capisco bene anche i problemi di sicurezza che il dialogo in particolare euro-arabo comporta. Ma penso che il sistema universitario milanese potrebbe aprire spazi nuovi, con intelligenti soluzioni, consolidando in alcuni casi intuizioni antiche che già hanno offerto esempi importanti. Cultura, università, ricerca – diciamo ambiti di soft-polity – sarebbero settori destinati a produrre legami preziosi per guardare lontano in questa relazione così importante per tutta l’Europa.

Il tema della sicurezza tiene in tensione anche la questione migratoria che, per alcuni analisti, parrebbe adatta a elaborare politiche territoriali per costruire modelli di integrazione basati non su “buonismi” di maniera ma su compatibilità di emergenze e di soluzioni. Molte città ritirano la mano, forse per timori elettorali. Milano avrebbe caratteristiche in questo senso?

Le avrebbe. I dati di ricerca umanitaria concordano qui con le ricerche di origine imprenditoriale. Essi convengono sul dato corrispondente a un bisogno italiano di 160 mila arrivi all’anno per i prossimi dieci anni. Ma sarebbe oggi molto difficile portare a conclusione progetti così pragmaticamente orientati avendo i vincoli dell’attuale vigente legge, la cosiddetta “Bossi-Fini”. Prendiamo appunto Milano: gli immigrati regolari sono sostanzialmente tutti integrati. Poi l’Italia intera deve gestire 500 mila irregolari. Se non si supera la “Bossi-Fini” (permessi di lavoro, contratti, varie forme di legalizzazione), anche le città che avrebbero una domanda interna seria per fare una accoglienza “intelligente” hanno limiti invalicabili. Ho visto il caso di Bergamo che avrebbe margini concreti per sistemare partite che oggi sono a rischio ma che è paralizzata dalle norme in atto. Non essendoci vie legali per venire a lavorare in Italia tutti cercano di farsi passare per “rifugiati”. E allo stato il 60% delle richieste vengono respinte, cosa che genera clandestinità complicando ulteriormente il problema.  Vedo che adesso il ministro dell’interno Minniti, che era partito con un piano duro di respingimento, adesso ha annunciato per giugno un piano complessivo orientato all’integrazione. Vedremo cosa porterà di nuovo. Anch’io sono “low and order” ma, come diceva Mandela, se vuoi colpire i moscerini di uno stagno non devi usare la bomba atomica, meglio prosciugare lo stagno.

E l’ex-commissaria italiana a Bruxelles ha qualche ottimismo sulla domanda di rilocation che Italia e Grecia continuano ad avanzare all’Europa?

Non sono ottimista. Ahimè. Gli stati membri non hanno mai voluto dare a Bruxelles le competenze né sulle barriere esterne, né sulle politiche di integrazione. Alle strette gli stati membri hanno chiesto un piano. Bruxelles lo ha elaborato e gli stati membri hanno detto di no. Con strilli maggiori da chi – come l’Ungheria – non sa nemmeno cosa voglia dire “immigrazione”.

Il presidente Mattarella ha intitolato il suo intervento a chiusura di Expo “Milano capitale europea e motore dell’Italia”. Per implementare queste vocazioni che cosa Milano dovrebbe e potrebbe fare in prospettiva?

Intanto direi che le due politiche non sarebbero e non sono divergenti. Ed esse vanno giustamente perseguite. Nella speranza che anche la “capitale d’Italia” trovi risposte ai suoi conclamati bisogni, perché anche l’internazionalizzazione che Milano promuove e traina ha bisogno della normalizzazione delle condizioni di Roma. E’ anche evidente che quel “motore dell’Italia” implica qualcosa che a Milano è ben chiaro: nessun isolamento e farsi la propria parte di carico, se sei locomotiva, che le carrozze tengano la condizione di marcia.

 

Dalla Milano industriale alla Milano multiscopo

Colloquio con Giuseppe De Rita

A conclusione di Expo 2015, il presidente Mattarella ha usato questa espressione di sintesi dei risultati dell’evento: “Milano, capitale europea e motore dell’Italia”.  Avremmo diverse domande da sottoporle, nel quadro dei temi toccati dai molti interventi che ci precedono in questo “Rapporto”, circa il significato diciamo “meno ovvio” di questa espressione: perché sono state usate queste parole? a quali obiettivi esse guardano? che leva di responsabilizzazione potrebbero azionare? che dinamica di immagine della città esse configurano?

Forse dico qualcosa in controcorrente ma, pur comprendendo bene il contesto e anche il valore di quell’apprezzamento a chiusura di un evento nazionale e internazionale di successo come Expo 2015, considero che la rilettura attenta delle due cose non abbia riscontri così scontati.

Capitale europea” regge, nel senso che schierare Milano nel quadro delle città che accompagnano con loro significatività evidenti la funzione di sede logistica delle istituzioni comunitarie che è Bruxelles, è una cosa giusta e guardando all’Italia forse anche la più rispondente. Ma “motore dell’Italia” è un argomento assai meno rispondente. Credo che l’Italia stessa non abbia oggi la capacità di “andare avanti”, qualunque sia il motore immaginato. Non ha la forza, non la motivazione collettiva e non ha l’immaginazione. Che il presidente della Repubblica auspichi una spinta da qualche parte per rimotivare il movimento, lo capisco. Ma la caduta di tensione nella società italiana è enorme. Nemmeno sull’energia del grande patrimonio immobiliare degli italiani sappiamo agire per spingere in avanti. E la reattività rispetto a questo ultimo terremoto mette paura, lasciando ai ricordi vicende come quelle lontane del Friuli. Gli unici che tirano sono quelli che lavorano all’estero o con l’estero, dunque circa il 30% dei nostri imprenditori, quelli che esportano. Mi dispiace dirlo, ma è proprio la società italiana seduta per terra. In questi giorni mi sono occupato di linguaggio e, anzi, di decadimento del linguaggio. Un segno grave di come l’ascensore sociale si sia fermato. Questo insieme di cosa ferme ha costruito rancore, soprattutto il rancore per le cose non fatte. Il rancore che sta spingendo i più a “dare la colpa agli altri”, il che spiega anche un pezzo di trasformazione della politica italiana di questi ultimi tempi.

Ma fin qui è come dire che Milano avrebbe caratteristiche energetiche ma è il nesso Milano-Italia ad essersi interrotto

Nel quadro descritto, non è questione di “nesso”, ma di impraticabilità di una sola città, con le sue storie e le due dinamiche, a trascinare una realtà complessa come quella italiana. Ivi compresa la funzione che appare più accreditata, quella di essere porta di ingresso della filiera produttiva nazionale sui mercati internazionali. Ci sono episodi, ma il processo complessivo è meno evidente.

Devo spiegare la cosa in modo, diciamo, più strutturale. Le quattro filiere di internazionalizzazione dell’Italia possono essere così sintetizzate. Il “made in Italy” (creatività, artigianato, manifattura con orientamento al lusso). E’ un miracolo che dura da decenni, nel senso che è straordinario che ancora gliela faccia a resistere – con le nuove forme di concorrenzialità che la globalizzazione esprime – ma è così, resiste. Con tutta la puntiforme realtà interna italiana che lo sostiene, senza fare necessariamente rete. La filiera enogastronomica – quella lanciata da Expo – che da tempo non lunghissimo ha un’affermazione robusta internazionale, anch’essa con radici puntiformi che dialogano ciascuna direttamente con i riferimenti nel global. La terza è la filiera delle “macchine”, dei “macchinari”, che mantiene posti di eccellenza nel mondo, con piccoli e medi imprenditori quasi privi di brand, anch’essa distribuita nel paese e certamente con una componente importante a Milano (tra cui la componente fieristica e del connesso business). La quarta è quella del turismo, con alcuni territori italiani anticamente competitivi, altri in cammino da poco (tra questi anche Milano che ha scoperto la vocazione con la marea di visitatori del 2015).

Il grosso delle imprese che operano – con risultati importanti – in queste quattro filiere non si riconoscono più nell’egemonia di un territorio o di una città pur importante. Forse l’ultimo atto di riconoscimento di ruolo è stato proprio l’Expo. Ma le dinamiche economiche che si vanno sviluppano sono reticolari. Vai a Valenza Po, con il suo ruolo nell’oreficeria, e trovi una realtà globalizzata con la parte più rilevante delle funzioni in autonomia.  Forse se c’è un territorio che media di più questo sistema reticolare rispetto al mondo è la Germania, da cui la maggior parte del nostro sistema passa. Milano è ben piazzata, ma in questi quattro ambiti non ugualmente e con pari leadership.

Ma in quel quadro diciamo “relativo” la stessa geografia orientata nel rapporto verticale con l’Europa mette Milano in una condizioni di mediazione utile…

Certamente, questo vale per molte partite. Ma quello che voglio dire rispetto a quelle quattro filiere decisive è che nessuna di esse, per come è fatto l’interscambio nei processi globali, tollera una “capitale”. Figuriamoci una capitale dell’insieme delle quattro filiere!

Torniamo ancora un momento sul concetto di “motore dell’Italia” non è forse immaginabile che questa espressione contenga una sorta di “responsabilizzazione politica” anche rispetto alla continuità e al consolidamento di ruolo e di funzioni di una Milano aperta all’Italia, all’Europa e al mondo che l’Expo ha fatto intendere? Diciamo un modello di proattività e di responsabilità che l’Italia farebbe bene a studiare e, se possibile, a seguire.

Al fondo, credo che sia difficile che una città – pur per quanto valga e significhi – possa fare da capofila in un sistema che ha assunto una natura molecolare. E che quindi si muove, cresce, confligge, sceglie, sperimenta, appunto molecolarmente.  Ho cercato di studiare le figure di questi tre fisici britannici che hanno di recente vinto il Nobel lavorando appunto sulla molecola. E’ stato scritto che hanno scoperto un mondo esotico e contro-intuitivo, in cui la materia, a livello dell’infinitamente piccolo, si comporta in maniera inaspettata. Il punto è che la produzione dell’energia che consegue alla loro scoperta non configura un “motore”, ma configura una “sperimentazione”. E qui prendo in esame una classe dirigente, per come si è formata oggi, anche nei contesti più avanzati. Per capire e guidare processi di quel genere nei contesti territoriali, socio-economici, ci vorrebbe un Piero Bassetti giovane, che immagina l’istituto regionale, che cambia senso di marcia alle camere di commercio, eccetera, eccetera. Oggi, al meglio (che non è comunque cosa da poca, intendiamoci), la macromolecola è pensata in termini di evento. Come dire che Roma campa ancora sulle Olimpiadi del 1960.

Viene spontaneo chiedere se, in questo senso, era favorevole o contrario alla candidatura di Roma alle Olimpiadi di oggi? 

Ero favorevole. Anche se resto uno “anti-evento”, se preferisco la progettualità. Ma se si parla di macchina macromolecolare capisci che l’evento ha il suo senso, fa emergere evidenze, fa capire alcuni processi. Soprattutto consente che tutte le molecole si avvicinino a un target. Questo modello non è nuovo per l’Italia, da Italia ’61, al Giubileo, ad Expo 2015. Non tantissimi eventi hanno avuto questa forza e vanno studiati, rispetto al discorso che facciamo, caso per caso.

E il caso Milano-Expo?

Qualche dubbio. Una parte consistente della città non l’ha voluto e per lungo tempo non l’ha accettato. Ricordo di aver fatto le riunioni preparatorie in Camera di Commercio con gli operatori, il grosso era contrario. Al massimo avrebbero voluto appiccicarsi un’etichetta. La Milano industriale – ma devo dire anche “processuale” – non accetta di dipendere da un evento. Lo fa fare a Roma, se serve. E ancora oggi l’idea di rifare un evento a Milano, per collocarsi come macchina macromolecolare a capo di due o tre di quelle filiere, non sarebbe una procedura apprezzata o gradita. Malgrado l’esperienza fatta. Si potrebbe pensare che attraverso la finanza Milano potrebbe connettere quelle filiere. Ma anche la finanza non è quella di prima. Non è verticale rispetto al modo di muoversi degli operatori di quei settori in Argentina piuttosto che negli Emirati. Lo ripeto, Milano nelle quattro filiere sta in ottima classifica, ma gli strumenti per collegarle non li ha fino in fondo.  Sempre con lo sguardo indietro lo troviamo uno strumento potente di connessione, ma appunto, quello di una volta: la tecnologia. La Milano del Politecnico la vedo ancora sulla filiera dei macchinari, ma la vedo con più fatica sull’insieme di quei contesti.

Proviamo ad esplorare tutte le “carte”, anche se qui il tema è più logorato: e la politica?

L’ho già accennato prima, torna in generale la questione della classe dirigente. Ma dico la verità, per anni dal dopoguerra in poi m ha sempre colpito la modalità di far politica dei sindaci milanesi, diciamo da Greppi ad Aniasi, da Ferrari a Bucalossi, a Tognoli, allo stesso Craxi che si è formato in quel contesto politico-amministrativo. Pragmatici, concreti, al tempo stesso con visione, con capacità di connettere molte cose. Ognuno con una storia di competenze e capacità in più di un settore. Una cultura politica della città. Anche gli ultimi sindaci di Milano, dalla Moratti, a Pisapia, a Sala, al suo ultimo competitor cioè Parisi, possono ricevere critiche per questa o quella mancanza. Ma stiamo parlando di personalità, con rilievo nazionale. Questo mi fa pensare che prima di dire che la politica non è strumento disponibile bisognerebbe pensarci su e fare qualche verifica. La politica è una leva utile alla città, cosa che purtroppo non si può proprio dire di Roma.

Si può dire che, nella sintesi identitaria e di reputazione della città, Milano sia connotabile in modo diverso prima e dopo Expo?

Se mi è concessa una battuta vorrei dire che il prima e il dopo hanno un deficit rispetto al disegno che Milano ha prodotto durante.  Sempre avendo a mente quelle quattro filiere, chi si immaginava, prima, che Milano avesse una così forte valenza eno-gastronomica e anche turistica? E torno a dire, prima dell’Expo Milano l’Expo, se avesse potuto, l’avrebbe schivato. E quanto al dopo, penso che sia e sarà difficile – ma non impossibile – mantenere gli standard. Lo vedremo. La Milano dopo l’Expo la si sente poco. Come dice un filosofo siciliano, quindi scettico, interessante anche se di secondo livello, come Manlio Sgalambro: “Il passato era il presente di altri. Il futuro sarà il presente di altri. Non mi interessano”.

L’espressione “industriale” che ha accompagnato, prima di Expo, il nome “Milano” per molti decenni è da sostituire? E’ sostituibile? Esiste un aggettivo altrettanto sintetico e rappresentativo?

Nei piccoli e nei grandi centri d’Italia, le radici industriali non sono tagliate ma non sono quelle che fanno oggi appartenenza. Per Milano oggi direi che è una città “multipurpose”…

Non sembrerebbe un aggettivo così comunicativo…

Diciamo allora “multiscopo”, ovvero lavoriamo un po’ sul dizionario dei sinonimi, ma questo mi pare il carattere definitorio migliore per Milano. E infatti è quello che spiega meglio il senso della macchina macromolecolare. Molecole da tenere insieme.

Prima di Expo Ipsos aveva segnalato per Milano l’immagine sintetica dell’alveare. Cellule operose per lo più rivolte all’esterno ma poco comunicanti. Questa metafora è cambiata?

Attenzione, però, che l’alveare aumenta la frammentazione ma reagisce con una dinamica autoritaria, cioè con il potere all’Ape Regina. Il carattere borghese e conflittuale di Milano non è quello monocratico che appunto assomiglia di più all’alveare. Le api qui sono soggetti deboli sotto la Regina. Si potrebbe anche dire che in certi momenti della storia – diciamo da Mussolini a Craxi, per non andare più indietro con molti esempi – i milanesi abbiano coltivato una certa spinta accentratrice. Ma era anche l’epoca dei centomila Brambilla a cui stava bene quella spinta in cui identificarsi. Erano in cerca di un magnete carismatico.  Il quadro è cambiato. Vale piuttosto la metafora della scarsa comunicazione interna e questo è un tema che rinvia alla difficoltà, tutta italiana e a ogni livello, di fare sistema.

Esiste una percezione esterna di Milano da parte degli italiani che può essere oggi considerata diversa e non collimante rispetto a quella dei suoi abitanti, poco importa se nativi o adottivi?

Mi pare che tutti, un po’, chi ci vive e chi sta lontano, pensino a Milano come una immaginazione. Anche, dunque, chi avrebbe tutti i giorni sotto il naso l’occasione per conoscere e non solo immaginare. Chi lo fa con un certo gregarismo rispetto ai luoghi comuni. Chi invece usa l’immaginazione per cambiare verso alla città. Ricordo il mio primo incontro con Piero Bassetti, su una nostra ricerca sulle valli attorno a Sondrio e la sua ansia di riscontro rispetto alla sua immaginazione non solo di Milano ma della Lombardia. Lo spazio pressoché infinito della discontinuità della città in ogni direzione. Appunto una visione immaginifica, che si è anche affermata senza corrispondere a un dato pragmatico, amministrabile, per ciascun cittadino, per ciascuna comunità di lavoro. Almeno gente come Bassetti aveva l’ansia di una immaginazione trasformativa. Per molti altri le appartenenze ai contesti separati rende il rapporto tra conoscenza e immaginazione molto più riduttivo.

La crisi di immagine di Roma danneggia oggi l’Italia e la stessa Milano? Come l’Italia (e diciamo anche Milano) possono dare un contributo per diminuire il danno e non specularci?

I due fattori di rischio, anzi di danno, dell’Italia oggi sono Roma (cioè la crisi capitolina) e il terremoto, che sta facendo scappare i turisti dall’Italia centrale. Non abbiamo ancora valutato attentamente la crisi reputazione che deriva da queste due cause. E’ evidente che Milano in questa fase non può giocare sulla crisi di Roma – ripetendo vecchi motivi di rivalità – perché in realtà da quella crisi non le viene nessun giovamento. Anzi. Bisogna stare attenti con gli stereotipi del successo e della crisi di una città. Abbiamo avuto sindaci a Roma che davano per scontati processi di modernità e di efficienza finiti come neve al sole.

La “Milano del fare” – che corrisponde alla tematica “elettorale” risultante vincente nel 2016 (tutto sommato anche condivisa tra i due contendenti) – corrisponde appieno al ruolo nazionale e internazionale della città? Oppure riduce le potenzialità narrative che la città già ora appoggia a sistemi evoluti e complessi (dalla ricerca all’alta formazione, dalla qualità del sistema salute alla qualità dell’arte e dello spettacolo, eccetera)?

Rispondo da ricercatore. Il “fare” nella logica di efficacia di questa parola è la fase ultima di un percorso che comincia con la ricerca, con l’analisi, con la sperimentazione, con il confronto, con la condivisione. Diversamente è un rischio velleitario. Capisco tuttavia che nella cultura milanese quel “fare” è stato storicamente molto più importante delle pur connesse e indispensabili fasi precedenti. Può contenere un errore, ma è anche un forte tratto di tradizione, diciamo centocinquant’anni di “brambillismo”. Che magari non valorizza, non santifica, ma neppure esclude e marginalizza nella sostanza tutto ciò che rende chiare e forti le scelte dell’agire. Ma proprio perché quella tradizione è forte dal punto di vista identitario, essa in qualche modo ricatta anche i contemporanei.

Centrando il pensiero sull’immaginazione della città (cioè su ciò che la gente pensa nel mondo anche senza conoscere) quali sono oggi le città del mondo realmente competitive con Milano?

Provo a dire senza troppe analisi. In Europa c’è solo Londra. Nel mondo penso a Shanghai. Ma pensando alla città “multiscopo” aggiungerei  anche Abu Dabi. I tratti di queste città mi sembrano, sul piano simbolico, molto sovrapposti.

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